le interviste Rivista Scrivere Donna — 02 luglio 2013

Che succede se una ragazzina piena di fantasia viene allevata da genitori terrorizzati dall’apertura di quella giovane mente? Che succede se una giovane bellissima donna scopre che il giudizio bigotto del padre nei suoi confronti le è entrato sotto pelle come una malattia inguaribile? E che succede se uno scrittore che aspira alla gloria decide, in mancanza di capacità creativa, di rendere la propria vita un noir oscuro e maledetto? E ancora, come può un ragazzino timido e solitario fare da trait d’union tra tutti loro al punto da dare un senso alle loro e alla propria vita? Il romanzo di Viviana Viviani, “Il canto dell’anatroccolo”, è una lettura estremamente originale. Una lettura che cattura l’attenzione e non la molla, contaminando generi diversi senza alcuna forzatura. Ennesima dimostrazione che esistono voci narrative valide nel mare magno delle pubblicazioni nostrane. Le suggestioni si rincorrono andando a colpire ovunque: c’è la fantasia salvifica di Arianna che inventa un intero popolo di amici immaginari, gli Oprini; c’è la sensualità acerba di Rosa, la sua ribellione adolescenziale, la terribile colpa che sente di aver commesso; c’è la vanagloria di Alvise, l’intellettuale che si pone al di sopra del rispetto della vita umana, che usa uomini e donne, grandi e piccoli, come pedine sulla strada di un successo che crede inevitabile; c’è il dolore di Maria, la ragazzina taciturna che tutti abbiamo incontrato al liceo, che chiede solo di essere importante per qualcuno; c’è nonna Angela, chiusa in ospizio per non vederla interloquire con un mondo di fantasia che da sempre le appartiene, c’è Andrea, che si ritiene complice di un omicidio e troppo vigliacco per garantire i colpevoli alla giustizia, lui che ha fatto della timidezza uno scudo per guardare gli altri vivere. L’autrice ci regala un puzzle di storie che potrebbero, ognuna, racchiudere mille altre parole, mille altre emozioni. Un piccolo grande libro, che vi consiglio di scoprire. E adesso scopriamo lei, Viviana Viviani.

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– Quando hai deciso di scrivere e perché?

 

Ho imparato a tre anni, grazie a mia madre insegnante.  A scuola ero tra i  pochi a cui piaceva fare il tema di italiano e fino a diciotto anni ho scritto qualche racconto che tenevo per me e collaborato con un giornale locale. Poi, dopo la maturità, ho deciso di studiare ingegneria e non ho più scritto niente, fino a trent’anni compiuti. Temevo il fallimento, non sapevo ancora che si scrive per se stessi e che piacere agli altri è solo un eventuale, per quanto piacevole, effetto secondario. Poi ho capito cosa mancava nella mia vita e ho ricominciato. Quella passione era miracolosamente sopravvissuta e mi aveva seguita per anni come un fiume sotterraneo.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

 

Di solito alterno un classico e un contemporaneo, spesso esordiente. Mi piace l’idea di poter poi dire, se diventa celebre, “io l’avevo capito subito che era bravo”. Per il resto non ho un genere preferito, anzi non mi piace suddividere i libri in generi. Credo che un romanzo ben riuscito non sia mai catalogabile: Dieci piccoli indiani di Agata Christie non sarà mai solo un giallo, Asimov e Dick non saranno mai solo fantascienza.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore (uomo o donna)?

 

No, il sesso dell’autore mi è del tutto indifferente. Sono una lettrice perfettamente bisex.

 

– Il tuo essere donna ha, in qualche modo, ostacolato/favorito la passione per la scrittura?

 

Non mi domando mai quanto l’essere donna influisca sulle mie passioni o scelte, non trovo però che scrivere sia un comportamento anticonformista per una donna. E’ molto più insolito, tutt’ora, vederne una in divisa o lavorare in un cantiere.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

 

Quando una scrittura viene definita “al femminile” di solito è in senso dispregiativo. Penso in particolare alla cosiddetta chick lit, l’evoluzione moderna di Liala e dei romanzi Harmony. Ci sono e ci sono stati grandi scrittori e grandi scrittrici che hanno saputo penetrare a fondo sia l’animo maschile che quello femminile e credo che la differenza di genere si percepisca sempre meno quanto più è alto il livello della scrittura. La Yourcenar ha narrato le sensazioni dell’imperatore Adriano in modo mirabile, così come Tolstoj quelle di Anna Karenina, e si tratta appunto di geni, perché il talento è tanto più grande quanto più la scrittura diventa “altro da sé”. Credo sia a questo ideale che bisogna aspirare.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

 

Se c’è, credo sia relativa agli argomenti trattati, non alla capacità di scrittura. Trovo che spesso le donne si autolimitino, si chiudano nel microautobiografismo di certi temi, come la famiglia, la maternità, la piccola quotidianità, sottraendosi ai grandi temi, quali la lotta tra il bene e il male, il potere, la vendetta, le sfaccettature più complesse dell’eros, il rapporto con il divino. Esistono naturalmente tante lodevoli eccezioni, ma credo si tratti di un tranello in cui stare attente a non cadere, specie agli esordi.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

 

Personalmente no, anzi sono stata molto fortunata ad incontrare lo scrittore Roberto Pazzi, che ha ritenuto il mio romanzo meritevole di pubblicazione. Non escludo però che altrove avvenga.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

 

Dipende cosa si intende per narrativa rosa. L’amore è un grande tema e non può mancare nella letteratura, così come è una componente fondamentale della vita, dipende da come viene trattato.  Di sicuro certi romanzi fatti in serie, in cui l’unico obiettivo della protagonista è trovare il moderno principe azzurro, a me irritano. Però i pregiudizi non sono mai auspicabili: non è detto che dietro un apparentemente banale romanzo rosa non si nasconda la nuova Jane Austen.

 

– Le donne, a tuo parere, sanno fare rete?

 

Secondo me sì, è un luogo comune che le donne siano sempre in competizione. Non sono forse competitivi gli uomini? Ho trovato sostegno e apprezzamento in molte donne, anche scrittrici. Inoltre credo molto nel romanzo collettivo, credo possa davvero diventare un nuovo genere, che sia scritto da uomini (vedi Wu Ming), da donne (vedi Laura e Lory) o da uomini e donne insieme. Un autore unico finisce sempre per declinare se stesso nelle voci dei suoi personaggi, ma riuscire a creare un insieme armonico di voci davvero diverse è una sfida molto interessante.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

 

Non ho e non desidero figli, per quanto quest’ultima affermazione, ho notato spesso, susciti ancora oggi critiche feroci, specie da parte delle donne. La creatività è l’unico genere di procreazione che mi interessa. La grande Amelie Nothomb ha detto che per lei ogni libro è un figlio e io la penso allo stesso modo. Non vivo quindi sensi di colpa nel mettere la mia passione al primo posto, compatibilmente con il mio lavoro, che non ha a che fare con la letteratura. Credo però che conciliare scrittura e famiglia, per quelle scrittrici che sono anche madri, possa essere molto complicato. Ci sono anche donne per cui la maternità non è ostacolo, ma fonte d’ispirazione, basta pensare a J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, nato da favole inventate per i suoi figli. Non credo però che sarebbe così per me. La scrittura richiede concentrazione, solitudine, totale introspezione. La stanza tutta per sé di cui parlava Virginia Wolf per me è una casa intera, oppure è la notte, cui rubare il tempo mentre gli altri dormono.

 

– Perché produzioni come Twilight o Le 50 sfumature sono piaciute soprattutto alle donne?

 

Il fatto che le protagoniste siano donne e che l’amore ne sia la tematica centrale di certo ha un peso, inoltre si dice che le donne leggano di più in generale.

Di solito ritengo che ciò che piace ad una grossa parte di pubblico abbia sempre un suo valore, al di là di posizioni snobistiche ed elitarie: lo scrittore di grande successo dimostra se non altro di aver avuto la capacità di interpretare i desideri e le mancanze del proprio tempo. Almeno nella maggior parte dei casi.

Riguardo alle 50 sfumature, credo però che abbia semplicemente beneficiato di un marketing potente basato sulla morbosità e dell’effetto “bisogna averlo letto per poi parlarne, magari male”.

Diverso è il caso di Twilight: è una lettura popolare e giovanile,  ma che contiene alcune idee interessanti. E’ però anche un romanzo che promuove valori etici molto tradizionali: verginità, monogamia, scelta antiabortista a costo del rischio della propria vita. Trovo il fatto che piaccia tanto alle adolescenti francamente inquietante… forse dovuto al grande idealismo giovanile?.

 

– Sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn è il target di molte delle major editoriali. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

 

Accetterei, non si rifiuta una sfida! Poi la butterei sull’ironia e litigherei con gli editor… probabilmente non uscirebbe mai.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

 

Non ho una posizione precisa, trovo che ci siano pro e contro. A favore, la possibilità di aggirare certi meccanismi dell’editoria, poco aperti agli esordienti e agli autori poco noti. Contro, l’eccesso di offerta e la mancanza di selezione. Comunque, meglio l’autoproduzione piuttosto che gli editori a pagamento.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

 

Tutte queste cose. Copertina e titolo hanno un peso notevole, devono attirare l’attenzione senza però essere ingannevoli, perché il lettore non va mai ingannato. Il passaggio televisivo o le recensioni sui grandi giornali sono cose riservate  a pochi, ma oggi per fortuna abbiamo uno strumento importante e democratico che una volta non c’era: il lento e inesorabile passaparola del web. Se poi D’Orrico si innamorasse, più che di me del mio libro, ne sarei davvero felice. Mi piace l’idea che il mio libro sia oggetto d’amore. Vorrei che un grande critico lo sopravvalutasse. Che dicesse che è un capolavoro, anche se non lo è. Perché alla fine è questo l’amore. Solo quando si viene sopravvalutati si è davvero amati.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

 

Io non ho buoni propositi! Ma di certo di fronte a un grande successo lascerei il lavoro e mi dedicherei a tempo pieno alla lettura e alla scrittura.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

 

Nessuno, sarei felice e basta. Perdonerei tutti.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

 

Gabriel Garcia Marquez. Per la sua capacità di creare un mondo che non è il nostro eppure lo è, per la grandiosità e la naturalezza della scrittura, per la fantasia scatenata ma carica di senso concreto, per la sensualità potente, resa con poche pennellate e senza mai volgarità.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

 

Non mi piace Paulo Coelho.  Per carità, piace a tanti e avrà un suo valore. Ma a me piacciono i libri che suscitano domande, e lui invece sembra voler avere tutte le risposte.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

 

Perché leggere “Il canto dell’anatroccolo”? Perché parla di donne e di uomini, di fantasia e realtà, di amore e morte. E poi perché molte persone mi stanno dicendo che è appassionante, divertente e anche profondo.  Sono persone che non mi conoscono e che non conosco e questo è straordinario. La maggior parte degli elogi mi sono arrivati da estranei, mentre le critiche più dure mi sono arrivate dagli amici. Questo significa che il mio libro vale, e che ho buoni amici: considero entrambe le cose due grandi risorse.

 

 

 

Sì, sarebbe stata indubbiamente migliore la sua vita senza di loro. Certo, c’erano problemi da risolvere, ma non erano insormontabili.  Ci volevano soldi ad esempio, abbastanza per comprare una casa e da mangiare. Non avrebbe nemmeno saputo dire esattamente quanti ne occorressero, ma suo padre diceva spesso che per guadagnare molti soldi bisogna essere più bravi degli altri. La cosa in cui Arianna era la più brava di tutti erano le operazioni aritmetiche, così pensò che avrebbe potuto farle per tutti i compagni di classe al prezzo, ad esempio, di cinquanta centesimi l’una. Con dieci operazioni al giorno per venti compagni era già una bella somma, e poi magari le moltiplicazioni e le divisioni, che erano più difficili, le avrebbe fatte pagare il doppio. E se poi i soldi non fossero bastati, poteva sempre vendere i pomelli di diamante dell’armadietto del bagno. Svitarli non era difficile, aveva già provato. Erano bellissimi e quando la luce li colpiva mandavano colori tutto intorno. Dovevano sicuramente valere molto, pensava, perché erano identici all’anello che suo padre aveva regalato a sua madre per l’anniversario e di cui lei si vantava sempre con le amiche dicendo “chissà quanto l’avrà pagato”. Però erano molto, molto più grandi. Almeno dieci volte tanto. Sì, non sarebbe stato poi così difficile essere libera, pensava Arianna durante il viaggio di ritorno dal mare. Ma era soltanto una bambina che si stava addormentando sul sedile posteriore, cullata dal rumore dell’auto, al calare della sera, e quei pensieri già iniziavano a confondersi con il sonno e ad evaporare dalle radici ancora umide dei capelli.

 

Puoi fornirci una tua foto, la copertina del tuo ultimo libro e un link che rimandi alla possibilità di acquisto? Grazie

 canto anatroccolo

http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html?prkw=il+canto+dell%27anatroccolo&srch=0&x=13&y=4&cat1=1&prm=&type=1

 

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