le interviste Rivista Scrivere Donna — 23 luglio 2013

Daniela Frascati è nata in Toscana, ad Abbadia San Salvatore. Ha un figlio e una figlia, i suoi “sole e luna” e cinque gatti. Da anni impegnata nel sociale, con attenzione alle politiche della differenza di genere, ha ideato e condotto una trasmissione radiofonica “Il pane e le rose” sulla cultura e il pensiero femminista. Andiamo a conoscerla.

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– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Sono da sempre una grande lettrice e chi legge finisce prima o poi anche per tentare la scrittura. Da ragazzina lo facevo per gioco; scrivevo con un’amica sceneggiature teatrali che poi provavamo a rappresentare per un pubblico di amici e di compagni di scuola. Solo molto più tardi scrivere è diventata una parte importante della mia vita, un modo per raccontare il mondo parallelo e contiguo alla realtà che vive con noi e poi, ancora dopo, è arrivato il desiderio di provare a pubblicare.

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Leggo molto, soprattutto quella che viene definita narrativa generale e che molto spesso è invece un buon mix di generi che si attraversano seguendo il disegno dell’autore. Non amo la narrativa di genere in senso stretto, ma se la storia mi prende e la scrittura non è banale e fatta di luoghi comuni, non mi tiro indietro.

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

Spesso ho preferito un libro per il suo autore.

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

No, essere donna, avere il peso di molte dimensioni contemporaneamente, il lavoro, quando c’è, l’accudimento dei figli, la cura dei familiari, una vita affettiva piena, sono fatiche che incombono sulla maggior parte delle donne; molto spesso la scrittura è un modo per superare queste fatiche e crearsi uno spazio intimo dal quale tutto questo riesce a rimanere, per qualche ora, al di fuori. Il desiderio di ogni donna che scrive sarebbe la famosa Stanza tutta per sé, della Wolf, luogo simbolico, ma anche fisico. Forse, oggi, è più difficile trovare lo spazio e il tempo materiale, che non quello metaforico della libertà di scrivere.

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Ritengo che ci sia una specificità della scrittura femminile legata a sensibilità e modi di rapportarsi al mondo. Il fatto che le donne subiscano ancora il carico di un’infinità di incombenze quotidiane, che per educazione e cattive abitudini sociali e culturali gravano ancora sulle loro spalle, le rende capaci di una visione più complessa e articolata della realtà. Le donne sanno fare più cose contemporaneamente e non dimenticano mai l’investimento emotivo che questo fare comporta. Ma ci sono anche scrittrici che scelgono, consapevolmente, di partire dalla differenza di genere e, nelle loro storie, questo sguardo “eccentrico” sul mondo conta e conferisce spessore e forza narrativa. Penso, per esempio, a una grande autrice come Tony Morrison.

Poi c’è una letteratura considerata minore, quella rosa ma anche il Romance, e quest’ultimo, in particolare, è appannaggio quasi esclusivo di scrittrici donne e, pur rinchiuso in un recinto di genere, in questo caso letterario, diventa anche di genere femminile.

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Spero di no, gli uomini leggono molto meno delle donne e spero non si pongano anche interdizioni di genere.

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

– Purtroppo l’editoria ha molte altre preclusioni. Sappiamo tutte e tutti quanto sia difficile arrivare sulla scrivania di un editor o di una buona casa editrice ed essere letti. Credo che i manoscritti vengano gettati al macero senza distinzione del sesso dell’autore.

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

– Ci sono storie d’amore che sono alta letteratura. L’amore ai tempi del colera, di Marquez è il primo romanzo che mi viene in mente, ma anche L’amore, o l’altro romanzo di Margherite Duras, Storie di amore estremo. Sono narrazioni dove l’amore è inteso come dimensione esistenziale e filo conduttore nella trama di una vita. Purtroppo la letteratura rosa, come molte altre narrative di genere, vive di cliché da cui sarebbe bene che le stesse autrici si liberassero. Si possono raccontare storie di sentimenti e d’amore anche senza le solite cornici edulcorate e, spesso, irreali.

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

– Lo auspicherei davvero. Unire le forze, scambiarsi esperienze e costruire un percorso comune di pensiero può diventare un punto di forza, anche mediaticamente.

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

– Non ho mai nutrito sensi di colpa nei confronti del tempo dedicato alla scrittura e alla lettura. Intanto perché scrivo e leggo soprattutto la notte, da sempre mi bastano 5/6 ore di sonno, e poi credo che il tempo dedicato a sé sia un obbligo verso noi stesse e giova anche ai rapporti interpersonali e familiari.

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

– Si legge troppo poco e gli editori sono costantemente alla ricerca di fenomeni letterari che facciano vendere. Il richiamo sessuale, soprattutto se l’autrice è donna e non si nasconde dietro pseudonimi vari, funziona sempre. Non ci sarebbe bisogno, però, di sminuire la letteratura erotica a livello di sfumature banalizzate in rapporti di maniera, senza alcuno spessore emozionale. Ci sono scrittrici erotiche e letteratura di genere, anche in questo campo, di altissimo livello. Anaïs Nin e il suo Il delta di Venere, scritto negli anni quaranta, o Una spia nella casa dell’amore, tanto per citarne un paio, ne sono un esempio, ma questa è davvero letteratura. Mi sembra che, da parte degli editori, questa opzione vada nella scia di una costante scelta al ribasso, per un pubblico di bocca buona, reso sempre più insensibile alla qualità. Quando la cultura diventa un bene di consumo usa e getta e non un processo di consapevolezza e di arricchimento, il senso critico e il piacere estetico sono sempre meno necessari e richiesti.

– Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo del soft-porn?

– Come ho detto dipende dalla qualità della scrittura e da ciò che sta al cuore della storia. La sessualità è una dimensione complessa e anche difficile e scabrosa da trattare, non nel senso puritano del termine, ma nel complesso ruolo che gioca nella personalità di ognuno. Banalizzarla mi sembra riduttivo. La passione del corpo, la sessualità, non sono solo epidermico piacere, non sono un mordi e fuggi, ma qualcosa di avvolgente e di profondo che aiuta a crescere, a conoscersi, a conoscere il mondo.

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

– Dipende dalle scelte di ognuno. Certo, con la penuria di editori che ci sono in giro, non mi stupirei che ci fosse un boom di scrittrici che si dedicano a raccontare scopate edulcorate!

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

– Pubblicare un libro a proprie spese non è mai un vantaggio. Intanto perché l’editore a pagamento ha già guadagnato sul suo “prodotto” e non ha alcun interesse a investire per promuoverlo e diffonderlo. Poi, nel lettore acquirente, può legittimamente sorgere il dubbio che dietro un libro così pubblicato il talento sia un optional, e spesso è così; ma, a volte, autori anche validi incappano in questi editori/stampatori sperando che possano essere un’opportunità per farsi conoscere. È esattamente l’opposto.

Il self-publishing può essere un’alternativa per non cadere nelle grinfie di questi editori e molti degli scrittori che si autoproducono lo fanno perchè convinti sia più conveniente, non solo per i possibili lettori ma anche per il loro profitto. Io continuo a credere che un libro sia non solo frutto della creatività e della capacità del solo autore ma sia un lavoro collettivo e complesso dove ogni intervento dei professionisti dell’editoria porta al risultato finale che è il libro. La qualità editoriale, dalla grafica all’impaginazione alla carta, è parte integrante del risultato. Anche da questo si riconosce un vero editore. I libri vanno amati, da che li scrive e da chi li pubblica. È sgradevole trovarsi sotto gli occhi refusi, ripetizioni e un’impaginazione approssimativa come spesso accade con il self-publishing .

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

– L’investimento dell’editore, che significa cura dell’edizione e della scelta del titolo, della copertina. Sicuramente un passaggio televisivo in alcune trasmissioni è una bella spinta. Personalmente, non credo potrei contare su D’Orrico: ho superato l’età in cui folgorare gli uomini, tanto meno i critici, con l’avvenenza fisica.

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

– Credo nessuno. Del resto non ho buoni propositi ma un’idea di me che non è venuta meno in passaggi difficili della mia vita. Un improvviso successo mi gratificherebbe molto e penserei che, a volte, i sogni non sono solo desideri.

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

– Non ho sassolini nelle scarpe, se fosse così non riuscirei nemmeno a camminare. L’invidia e l’arroganza non mi piacciono, penso che avvelenino la vita e non facciano gustare nemmeno i successi.

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

– Una scrittrice vivente che amo molto l’ho già nominata: Tony Morrison. È strano che, per quanto abbia anche ricevuto il Nobel, in Italia sia poco conosciuta e apprezzata. È una narratrice complessa e non facile. Non tanto nella scrittura, che è sempre forte e travolgente, ma nella durezza delle storie che racconta. Lei è un’afroamericana ed è donna, e il sentimento di questa condizione attraversa tutte le sue opere e offre un punto di vista di genere sulla cultura e la storia della società americana.

Uno scrittore del quale ho letto tutto ciò che è stato tradotto, fin dall’ottanta, quando ancora non era così famoso, è Murakami Haruki, anche se il suo 1Q84, a mio parere, non ha reso giustizia alle aspettative che aveva suscitato. Quello che mi intriga in Murakami è il suo fare incontrare le ombre, dando corpo a percezioni appena sussurrate. E, da vero narratore, non dà spiegazioni agli eventi inspiegabili di cui intesse le sue storie. Li lascia sospesi tra le pagine. È un raccontare in cui cerca sempre un risarcimento alla perdita; di persone, di cose, di sentimenti chiusi dentro corpi impenetrabili e abbandonati a un flusso della vita che va verso un unico punto di non ritorno. Storie di identità, di solitudini, di certezze che vengono meno. Ma anche storie in cui si racconta sempre altro, e questo altro è uno degli enigmi che interrogano il lettore.

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

– Sono molti gli scrittori contemporanei e viventi con i quali non riesco a stringere il famoso patto come lettrice. Provo a leggerli ma, spesso, non arrivo alla fine. Un nome in particolare, Palahniuk; trovo la sua scrittura troppo costruita e fredda, da tavolo anatomico.

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

 NUDA VITA 5

– Il mio ultimo lavoro singolo e del 2011 è un romanzo: Nuda Vita. È la storia di Delfina, una ragazza in coma a seguito di un incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal responsive. Attorno a lei si affannano i personaggi che fanno parte della sua esistenza: la madre, donna ingombrante e perfezionista; un padre lontano, mite e un po’ egoista; un fidanzato inconsistente che nasconde una colpa terribile; la fisioterapista; le amiche; l’uomo che amava di nascosto. Lo schema narrativo è semplice e ruota intorno a tre elementi: i monologhi dei personaggi che si alternano intorno al letto di Delfina, spazi di sincerità e di autoconfessione nella trama di ipocrisia e di doppiezza che segna le loro vite; i dialoghi tra loro, spesso segnati dal tentativo di svelare gli inganni reciproci; il flusso di coscienza di Delfina, vera e propria “donna abitata”, in bilico tra l’istinto di vivere e il bisogno di allontanare la sofferenza e abbracciare definitivamente il sonno (un bisogno talmente forte che i visitatori sono “assedianti” e l’assillo prevalente di Delfina è che i suoi pensieri non abbiano “echi né risonanze”).

Proprio in questi giorni è uscita un’antologia di racconti noir, ispirati a un grande del polar francese, André Héléna, a trent’anni dalla sua scomparsa, edito da Aìsara, in cui sono in compagnia di importanti e bravi noiristi come Alessandro Greco, Giovanni Zucca o Morozzi, per citarne alcuni tra i dodici. Ah, sono l’unica donna!

Il titolo è Le Prince Noir. Omaggio ad André Héléna.

Le Prince Noir

Quest’ultimo si può trovare in qualsiasi libreria. Nuda Vita, piccolo editore e piccolo distributore, è più facile acquistarlo su IBS o ultimabooks http://www.ultimabooks.it/nuda-vita

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