le interviste Rivista Scrivere Donna — 10 settembre 2013

Ferrarista nel cuore e nella penna, Francesca Montomoli oggi ci presenta una breve raccolta di racconti La fata nel vento. La copertina ne denuncia chiaramente l’ambientazione e la dedica a Enzo Ferrari la conferma. Tuttavia non si tratta di storie di corse, non nel senso tradizionale.

Ne è testimonianza il primo dei racconti “Rossa” pubblicato in anteprima sul n.35 di Autosprint (Conti Ed.) nello speciale pre-Monza, dove la narrazione parte dal punto di vista di due occhi molto, ma molto insoliti.

Non so come convincervi a leggerlo” ci dice “perché sono del tutto incapace nell’opera di auto promozione. Ma credo che possa essere un buona lettura perché, come tutte le cose che scrivo, è nato con l’intendo di parlare piano, per tenere compagnia e dar voce a personaggi verosimili (in questo caso “quasi veri”) piccoli antieroi quotidiani che non si arrendono e riescono a trasformare le sconfitte in qualcosa di positivo.”

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– Francesca, quando hai deciso di scrivere e perché?

 

Dire che desideravo scrivere da sempre sembra un po’ scontato, ma immagino che sia così per la maggior parte di coloro che amano la scrittura. Mi sono innamorata delle parole quand’ero una bambina, leggendo avventure di pirati e condottieri che hanno trovato terreno fertile in una fantasia fin troppo vivace. Da lì a immaginare storie tutte mie il passo fu breve, anche se devo ammettere di non averci mai provato seriamente fino a poco tempo fa. Diciamo che avevo un “hard disk interno” nel quale archiviavo storie immaginate, scritte e riscritte mentalmente e che mi tenevano compagnia mentre sbrigavo tutt’altro.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

 

Di tutto un po’. Non mi piacciono le preclusioni e per la lettura come per il cibo, di solito, assaggio prima di rifiutare. La verità è che mi piace leggere, non riesco a immaginarmi senza la possibilità di farlo anche se il tempo che ho a disposizione non me lo consente quanto vorrei. Leggere è una funzione vitale, apre orizzonti inimmaginabili così come la scrittura. È la possibilità di vivere mille vite.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

 

No. Semmai, in aperta contraddizione con quanto ho affermato prima, mi è capitato di rifiutarlo. Non tanto per il genere in sé, quanto per il modo in cui è stato proposto. Vivo certe operazioni di marketing come un’imposizione e questo mi provoca una reazione allergica, una repulsione istintiva, qualunque sia il prodotto: libro, detersivo o vasetto di marmellata.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

 

La mia esperienza in campo editoriale è ancora troppo limitata per poter fare questo tipo di valutazioni. Posso solo dire che la mia sensazione è che, in generale, le idee preconcette siano ancora difficili da scardinare e persistano molte sacche di resistenza di pregiudiziali nei confronti delle donne in quanto tali. Capita di assistere, talvolta, a un fenomeno singolare: la consapevolezza nella controparte che il pregiudizio sia sbagliato, o quanto meno antiquato e sconveniente, da qui la messa in atto di strategie più o meno efficaci per emanciparsene con il frequente risultato di confinarlo in un substrato di larvata quiescenza. Un atteggiamento forse perfino più fastidioso dell’aperta ostilità, perché le donne, di solito, non ci mettono molto ad avvedersene.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

 

Penso di sì, anche se non nell’accezione comunemente in uso. La differenza, a mio avviso, sta nel modo di approcciare le problematiche, nel tipo di sensibilità. Con questo non voglio dire che gli uomini abbiano una scrittura insensibile, solo diversa. E la diversità, ringraziando il Cielo, è un valore aggiunto, mai un limite.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

 

Anche in questo caso credo che non si possa generalizzare ma che apertura e chiusura coesistano allegramente. Per quanto riguarda il mio caso personale posso dire che alcuni degli apprezzamenti più convinti li ho ricevuti proprio da lettori uomini. Uno carinissimo e molto positivo esordiva più o meno così “ti aspetti il solito polpettone sentimentale e ne resti piacevolmente sorpreso” . In fondo anche i pregiudizi possono essere fonte di gratificazione quando riesci a spiazzarli. L’autore del commento è in seguito diventato un caro amico di penna.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

 

No. L’amore fa parte della vita di ognuno e come tale trova giustificazione in qualunque contesto. È solo il modo di raccontarlo che varia da storia a storia.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

 

Narrativa rosa” viene spesso usato in senso dispregiativo, come sinonimo di “romanticheria melensa e a lieto fine”, una sorta di scrittura di serie B. Rosa/femmina, scrittura femminile/narrativa rosa. Un gioco di specchi dove si rincorre e si moltiplica all’infinito un antico pregiudizio di inferiorità.
Forse farò storcere più di un naso, ma, a prescindere dal fatto che anche la narrativa romantica ha lo stesso diritto di esistere di ogni altra forma narrativa, ritengo che sarebbe ora di sdoganare lo stesso concetto di “rosa” come connotazione tesa a sminuire. In questo senso, come sai, apprezzo e cerco spesso di sottolineare la provocazione portata avanti da una donna pilota, Michela Cerruti, una ragazza giovane, carina e molto tosta che ha imposto il rosa integrale sulla carrozzeria della propria monoposto: i colleghi maschietti mal sopportano di essere sorpassati e battuti da una ragazza e quel rosa rende i sorpassi inequivocabili. Un bell’esempio di pink pride non trovi?

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

 

Le collaborazioni sono sempre una buona cosa anche se spesso sono difficili. Sui movimenti letterari ho qualche perplessità, perché possono prestare il fianco a forme di inquadramento eccessive mentre l’espressione narrativa, secondo me, dovrebbe essere quanto più possibile svincolata da etichette o format.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

 

Esattamente così e riconosco che è un limite più autoimposto che subito. Non so se si tratti di una questione generazionale, di una forma mentis creatasi a seguito dell’educazione ricevuta, delle influenze dell’ambiente in cui si vive o altro, ma è una sindrome che affligge, predilige oserei dire, le donne della mia generazione (ho più di cinquant’anni) di solito unitamente alla sindrome della “mamma chioccia” . Mi ripeto con costanza e dedizione il ritornello “tutti sono utili e nessuno è indispensabile” ma ci ricasco in continuazione e finisco per sentirmi in colpa o per relegare sistematicamente in coda le cose di mia gratificazione personale esclusiva.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

 

Mi infastidiscono, a volte addirittura mi indispettiscono, come accennavo sopra li vivo come tentativi di manipolazione programmata a tavolino e mi risultano particolarmente indigesti. In quanto alla fruizione femminile credo dipenda dal fatto che l’intero bacino di utenza della lettura è in gran parte costituito dalle donne, penso sia più una questione di rapporti percentuali che di maggiore vulnerabilità alla persuasione. Almeno spero.

 

– Le grandi case editrici sfornano trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

 

Risponderei con un garbato ma secco rifiuto.

Non è una questione prettamente di genere, anche se, in tutta onestà, so che non riuscirei a scrivere una cosa così in modo credibile.
Non è una questione di genere perché mi piace sperimentare, pur mantenendo i connotati dell’analisi interiore che caratterizzano i miei racconti: per esempio adoro scrivere brevi noir, o anche paranormal. Non accetterei soprattutto perché scrivere per me è una forma di condivisione, una forma espressiva che si avvicina alla pittura. Amo il colore delle parole da spargere sul foglio come pennellate sulla tela, amo i fermo immagine, le atmosfere rarefatte, le suggestioni poetiche. Probabilmente sono fuori moda e del tutto avulsa dalla realtà, e poco “vendibile”, ma questo modo di intendere la scrittura mal si sposa con una sorta di azione mercenaria volta unicamente a sfruttare l’onda del facile guadagno.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

 

Credo che siano tre cose molto differenti fra loro benché talvolta tendano a sovrapporsi.
Non ho pregiudizi nei confronti del sefl-publishing, se onesto e ben fatto, e soprattutto se rivolto all’e-book. Trovo che in un periodo di sovrabbondanza di proposte e scarsa propensione all’ascolto da parte dell’editoria tradizionale (che per fronteggiare la crisi adotta discriminanti di redditività) sia una via che ha consentito a più di una buona penna di farsi notare.

Per onesto e ben fatto intendo un self-publishing curato nella forma e nell’aspetto, con un prezzo di acquisto molto contenuto, offerto su una piattaforma seria che garantisca la possibilità di leggere almeno il 10-15% dell’opera prima dell’acquisto. Questo dovrebbe mettere l’acquirente al riparo dalle fregature e consentire all’autore di avere una chance di visibilità.

Il print on demand lo vedo più come una variante aggiuntiva per chi, avendo letto l’anteprima e non apprezzando un prodotto digitale, scelga di acquistarne il cartaceo.

Per quanto riguarda l’editoria a pagamento…trovo che possa avere un senso solo se rivolta a prodotti destinati a finalità molto specifiche o particolari, diversamente è un tarlo che sta divorando illusioni e speranze.
Pare che il compenso per “l’opera d’intelletto” derivata dall’ispirazione di uno scrittore, quand’anche minima, sia un optional di lusso! ma ho letto e sentito di cifre astronomiche richieste come contributo per la pubblicazione e fatte passare come prassi d’ordinaria amministrazione, se non addirittura come condizione di favore e questo è molto triste.

Come sai è un argomento cui sono sensibile in modo particolare perché la CE che ha pubblicato il mio romanzo breve (con un regolare contratto di edizione a termine) è partita come NOEAP e ha poi cambiato pelle sotterraneamente, seguendo una rapida spirale discendente. È un fatto che amareggia e in qualche modo danneggia tutti gli autori che hanno pubblicato. Non a caso prima si parlava di pregiudiziali…

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

 

D’Orrico a parte, penso che ognuna delle componenti che hai citato abbia la sua valenza. La copertina è senza dubbio il primo punto di contatto fra il lettore e il libro perciò è molto importante, forse al pari del titolo in quanto a potenziale evocativo. Non è da trascurare nemmeno la quarta di copertina: il primo gesto che faccio, e che ho visto fare a moltissimi altri, è proprio quello di voltare il libro per leggere la “quarta”.

Il passaggio televisivo invece aiuta solo se massiccio, o dislocato in momenti di grande ascolto e quindi riservato a pochi eletti.

Comunque, se è vero come è vero che la pubblicità è l’anima del commercio, dovremo inventarci un sistema efficace e a basso costo. Qualche idea??

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

 

Credo nessuno. Sono una persona piuttosto semplice e molto attaccata ai miei principi.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

 

Alla faccia dei buoni propositi da non tradire? Scherzando, scherzando… sai che non lo so?

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

 

Non ho uno scrittore preferito, semmai qualcuno che non gradisco.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

 

Non è carino parlare male degli altri, una volta appurato che proprio non mi piace, mi accontento di non concedergli ulteriori chance ignorando la sua produzione.

 

Puoi fornirci un link che rimandi alla possibilità di acquisto della tua antologia?

la fata nel vento cover

La fata nel vento è disponibile in ebook e reperibile più o meno in tutti i book store, da amazon, ibs, bookrepublic, Apple store ecc.

Qui http://www.francescamontomoli.com/?p=1096 potete trovare alcuni link diretti e due righe di presentazione.

Un ringraziamento anche a quanti hanno avuto la gentilezza di seguirci e l’invito a fare un salto ogni tanto nel mio salottino per gli amici di vecchia data e per quelli di passaggio www.francescamontomoli.com ci troverete alcune piccole cose, se vi andrà di leggermi. A presto.

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