le interviste Rivista Scrivere Donna — 13 novembre 2013

Il progetto Scrivere Donna è partito così: intervistando donne che scrivono, alcune già affermate, altre esordienti, tutte animate dall’entusiasmo per l’avventura creativa e dalla grinta necessaria per conciliare ciò che a nessun uomo verrebbe mai chiesto: vita e sogno, panni da stirare e capitoli da finire, cene che rischiano di bruciare e personaggi che pretendono attenzione, successi in pubblico e sensi di colpa nel privato. Perché vogliono quel tutto che quasi mai si declina in rosa. Un’avventura che non finisce ma, forse, cambia pelle. Intanto incontriamo Federica Piacentini, scrittrice, editor, blogger e molto altro.

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– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Perché scrivere mi fa tornare il sorriso. Quando qualcuno ha messo tra le mie mani un foglio bianco e una penna, ho iniziato a scarabocchiare, e scarabocchiando sono uscite fuori le prime poesie, i primi racconti, i primi articoli. Non ricordo quando ho deciso di scrivere, è sempre stato il gesto più naturale, il comportamento più adatto, l’abito che vestivo meglio. Scrivere mi fa stare bene.

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Cerco di essere piuttosto “choosy”, nelle letture. Leggo ciò che è ben scritto, attira il mio interesse, stimola scrittura e curiosità letteraria. Cerco di leggere come lettore e di imparare come scrittrice. La narrativa e la poesia occupano un posto particolare nella mia libreria, non amo i generi e le definizioni. Penso che qualunque cosa si scriva debba avere il fascino della narrazione e il garbo del verso. Leggere significa costruire, pagina dopo pagina, la propria ricerca, che può trovare il tassello fondamentale anche in un libro perduto tra le polverose bancarelle del mercatino della domenica.

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

No. Uscir fuori dai generi e disinteressarsi degli autori permette di avere la giusta distanza dal libro o dal manoscritto: quel che resta è la scrittura, e se è valida lo sarà a prescindere dall’autore, il cui genio resterà indiscusso, e dal genere a cui appartiene – ammesso che le grandi opere appartengano poi a un solo genere.

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Penso che la passione per la scrittura sia nata con me e quindi anche con il mio essere donna, di cui vado molto fiera. Gli ostacoli non tengono conto del sesso che abbiamo tra le gambe, della nostra età o delle nostre esperienze. Quel che conta è focalizzare ciò che coincide con il nostro spirito, ciò che rende migliore la giornata, che fa appunto tornare il sorriso.

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

No. Le donne possono affrontare qualunque argomento, scrivere e narrare di ciò che vogliono e nel modo che ritengono più opportuno. Non mi domando chi abbia scritto cosa, ma come posso utilizzare il contenuto per la mia crescita, letteraria artistica e umana.

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Non credo, ma penso che le donne facciano più fatica a imporre il proprio talento e le proprie idee. Il mondo editoriale è ancora fortemente maschilista; la letteratura invece ama da sempre la voce delle donne. È ancora lunga la strada verso la parità, verso la parità di dignità intellettuale.

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Penso che ci sia una preclusione verso determinati temi per le donne, come se non ci fosse molto altro da raccontare nel mondo, come se quel che resta da raccontare fosse prerogativa degli uomini. Si parla ben poco delle donne che hanno raccontato la storia, le fragilità, le contraddizioni di paesi interi, come Aroundhati Roy ad esempio.

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

No, gli uomini se la cavano benissimo e possiamo lasciare a loro il primato. È l’amore che si racconta che non è più quello ci hanno insegnato, o meglio non è solo quello eterosessuale o omosessuale. L’amore abbatte i generi, supera i confini territoriali, sfida l’albero genealogico. È amore quello tra padre e figlio, tra madre e figlio, tra due fratelli o due sorelle, tra due sconosciuti, tra due amici, tra due amiche, tra un passante e un uomo riverso sul marciapiede nelle fredde notti di dicembre, tra gli abitanti di Lampedusa e gli uomini affamati dopo la traversata. Occupiamoci di quest’amore. Questo è l’amore a cui uomini e donne dovrebbero imparare a guardare, e forse a raccontare.

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Penso che le donne di oggi siano molto più della narrativa rosa, intesa nella definizione del genere. I sogni delle donne di oggi sono complessi, mescolano molte cose insieme e le donne sanno di poter gestire tutto al meglio. Non penso che esistano dei pregiudizi, penso invece che questa narrativa non racconti più le donne.

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici?

Magari, ne sarei felicissima. Oggi abbiamo assoluto bisogno di movimenti letterari, per una questione di osmosi culturale, come amo definirla. Scrittrici e scrittori hanno bisogno di attingere l’uno dall’arte dell’altro per essere stimolati, per confrontarsi, per non sentirsi isolati dalla società.

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Non ho mai pensato di trascurare altre cose scrivendo. Non ho mai preteso che gli altri capissero, ma che rispettassero il mio rapporto con la scrittura. La maggior parte delle persone che amo e che mi amano rispettano questo rapporto, lo comprendono, e a me basta per fare i salti mortali per non dimenticare nessuno. La scrittura fa parte di me, della mia giornata, non è un lavoro poiché non sento alcuna stanchezza o fatica. L’emozione dei lettori, quando leggono i miei racconti o le mie poesie, mi fa intendere che la sola cosa che non dovrò mai trascurare è la scrittura.

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Non me ne interesso. Alla lettura chiedo molti e questi “fenomeni” non lasciano niente. Si tratta di prodotti ben inseriti nella logica del consumismo editoriale, della lettura rapida, che non richiede applicazione. Le donne possono incappare in questi fenomeni, ma poi sanno scegliere.

– Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo delle trilogie soft-porn?

Credo che nella vita bisogna assecondare la propria natura e una produzione di questo tipo non accoglie pienamente ciò che sono. In fondo, l’arte è specchio dell’artista, la scrittura è specchio dello scrittore. Non si può scrivere diversamente da ciò che si è. In più non amo le mode, ma le rivoluzioni: la minigonna fu una rivoluzione, non una moda.

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Assolutamente no. Trovo che sia malsano per l’editoria e distruttivo per la scrittura. Un testo è pronto per la pubblicazione quando lo scrittore raggiunge una tale maturità da parlare con voce amica al lettore. È quella “voce” che ascoltiamo quando leggiamo Proust, Saramago, Tolstoy. La selezione è fondamentale, in natura come in tutti gli aspetti della vita. Bisogna saper rinunciare a qualche pagina per raggiungere risultati sempre più alti nelle successive.

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Torna anche qui il principio di selezione. I grandi editori, come insegna la storia dell’editoria, erano sì imprenditori, ma anche appassionati, mecenati, uomini di cultura. Il self-publishing suggerisce un’idea di letteratura superficiale, di scrittura sciatta. Il rifiuto da parte di un editore mette di fronte ai propri limiti, spinge a un lavoro più approfondito, più analitico, anche di riscrittura se necessario. L’editoria a pagamento è il talent show della letteratura: è il modo rapido di consumare un pasto sciapo e poco nutriente. A fine pranzo, non rimarrà niente nella pancia dei pensieri e ben poco rinforzerà i muscoli della scrittura.

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore?

Dipende da ciò che si cerca in un libro. Io guardo al titolo, il secondo sguardo va alla copertina, infine leggo qualche passo. Diffido dei passaggi televisivi, a meno che non si tratti di studi come quello di Augias.

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Potrebbe saltare la sveglia al mattino, piuttosto che i chili da perdere. Per il resto, tengo molto a tutti i miei progetti e un improvviso successo potrebbe solo rallentare i ritmi di lavoro. Regalerebbe anche molte soddisfazioni, quindi lo aspetto a braccia aperte.

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Più che sassolini da togliere, avrei persone da ringraziare. Tutte quelle che mi hanno aiutato a focalizzare gli obiettivi, a trovare me stessa, a fare sempre meglio.

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

La scrittrice che preferisco è Arundhaty Roy. Ho letto Il Dio delle piccole cose e ne sono rimasta folgorata. Un testo straordinario che unisce prosa, poesia, narrazione, coscienza civile, profonda conoscenza della storia contemporanea, sperimentazione. La scrittura, ricca sofisticata corposa, regala momenti di leggerezza straordinari, per dirla alla Calvino. Ho avuto modo di ascoltare Arundhati durante il festival di Internazionale a Ferrara, nell’edizione dello scorso anno. La incrociai nell’osteria dove cenammo: minuta, lo scialle rosso adagiato sulla spalla, i capelli raccolti, l’eleganza dei modi, lo sguardo fiero e pieno di luce verso l’interlocutore. Una donna meravigliosa che stimo profondamente.

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Non c’è alcun scrittore che non riesco ad apprezzare, perché penso che chiunque sfidi la pagina bianca meriti stima e rispetto. Considero Volo e Moccia degli autori, ma non degli scrittori. Non amo molto la Mazzantini: il suo Venuto al mondo non mi ha convinto.

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

La mia ultima fatica è in cerca di editore. È un romanzo complesso, frutto di molto lavoro e partecipazione emotiva. Non c’è parola che non ho scelto con cura e convinzione, personaggio che non sia fondamentale, pagine di cui avrei potuto fare a meno. Penso che il solo motivo per cui vada letto è per non sentirsi soli: io non lo sono più stata. Tanto per ingannare l’attesa seguitemi sul mio blog Metro-post. Rapide fermate di lettura e visitate il mio sito web.

 

Blog: federicapiacentini.tumblr.it

Website: www.federicapiacentini.com

 

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