Rivista Scrivere Donna — 27 dicembre 2012

In questo scorcio di festività, diamo voce a Lilli Luini, scrittrice molto interessante perché, intanto, scrive a quattro mani da una decina d’anni con Maurizio Lanteri (ed è esercizio non facile da vivere, figurarsi da spiegare), poi perché sta per dare alla luce un romanzo importante e diverso rispetto alla sua produzione gialla e noir. Diciamo che vogliamo tenere a battesimo la nascita di un Luini-Lanteri thriller storico. E ascoltare, ancora, una voce di donna raccontare e raccontarsi.

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Non ho deciso di scrivere, è capitato. Io ero bene decisa a NON scrivere, in verità, nonostante i solleciti di insegnanti prima e marito poi. Mi chiedevo come fosse possibile avere in testa un romanzo intero: io, quando ci pensavo, mi perdevo. E così ho virato la boa dei quarant’anni con due soli capolavori al mio attivo: una poesia scritta in seconda elementare dedicata al mio cane e un romanzetto rosa sceneggiato al liceo con le compagne – dove noi eravamo le protagoniste bellissime e ammiratissime, tutto secondo copione. Poi, a mio marito si è aggiunta la mia psicoterapeuta e nello stesso momento Stephen King ha pubblicato On writing, chiarendomi finalmente come nasceva un romanzo. Una domenica mattina d’inverno, in camper, ho cominciato. Vorrei dire che da allora non ho più smesso, ma non sarebbe vero. Diciamo che da allora ho scritto diverse cose, con lunghe pause tra l’una e l’altra.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Sono un lettore onnivoro. Diciamo che leggo romanzi, più raramente raccolte di racconti, ogni tanto saggistica. Poesia, confesso, una volta ogni dieci anni. Quando scopro un poeta che mi incanta.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

In libreria, dici? Sì, purtroppo a volte ho delle resistenze, anzi dei pregiudizi, chiamiamoli con il loro nome. E così mi ritrovo con delle lacune paurose su certi generi letterari. Esempio eclatante, la fantascienza. Ho letto pochissimo, perché tra un noir così e così e un capolavoro di fantascienza, finisco sempre per scegliere il noir così e così.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Per la scrittura no, sinceramente. Per la lettura invece sì, mi sentivo ostacolata quando ero bambina e adolescente. In molti consigliavano ai miei genitori di intervenire perché leggevo e studiavo troppo, e questo mi impediva di imparare le mansioni femminili e diventare così una donna appetibile per giovanotti in cerca di brava moglie. Ho reagito a modo mio, e ora non so cucinare, né cucire, né ricamare…

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

In passato ho letto per diversi anni manoscritti in totale anonimato. Mi veniva spontaneo attribuirli a un uomo o a una donna e non ho mai sbagliato. Scriviamo in maniera diversa così come facciamo tutto il resto in maniera diversa. Perché siamo diversi.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Io non lo chiamerei pregiudizio, non in maniera generalizzata almeno. Confesso di avere più stima per i maschi lettori che per i maschi che leggono solo la Gazzetta dello Sport, quindi non riesco a credere che un maschio lettore sia un maschilista sciovinista, per usare un termine anni Settanta. Però c’è un fatto: le donne leggono indifferentemente scrittori e scrittrici, gli uomini leggono prevalentemente scrittori. Io credo si tratti di interessi diversi. Perché quando diciamo scrittura al femminile, secondo me dobbiamo comprendere nel termine anche la differenza delle storie, degli intrecci. Ma il discorso qui è molto più ampio del sesso degli autori: temo che un lettore allergico alle storie delle scrittrici, non ami nemmeno certi scrittori. Prendi un uomo che legge solo thriller o avventura: non me lo vedo innamorarsi di Murakami, o McEwann.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

No, questo mai.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

Questo argomento rientra giusto in quel che dicevo poc’anzi. Conosco molti uomini che detestano leggere storie d’amore, o almeno così dicono. Ma ne conosco altrettanti che, fatta eccezione per il romance e per Harmony, non hanno preclusioni verso una sottotrama sentimentale. Purché ci sia anche altro, e io la penso come loro. Anche se a volte mi accorgo che sto seguendo con più trepidazione la storia d’amore di tutto il resto. Soprattutto se è scritta bene.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Esiste sicuramente, ed è così diffuso e manifesto che devi stare attento a utilizzare il termine. Ti racconto un episodio. Raramente mi è capitato di leggere un romanzo di un esordiente, opera prima, pubblicata da una casa editrice sconosciuta, e appassionarmi, entrare completamente nella storia. Ma la volta che è successo, ho voluto dirlo apertamente, e ho recensito il libro su LeggendoScrivendo.it, dove da anni faccio il redattore. Il romanzo era un fantasy rosa, scritto molto bene, con una storia accattivante e dei bei personaggi. Questo ho scritto, e tu non immagini come se l’è presa l’autrice. In fondo io l’ho capita, anche se ci son rimasta male: con l’etichetta di scrittrice rosa, fai fatica a farti prendere sul serio. E pensare che sono quelle che vendono di più nel mondo.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Non lo so. Ma vale anche per gli uomini. A volte mi trovo di fronte dei tali egocentrismi, in entrambe le metà del cielo, da togliermi la voglia di organizzare insieme persino un evento, una serata, un work shop. Figurati un romanzo! Credo che gli esempi che hai fatto siano situazioni difficilmente ripetibile. Un po’ come la scrittura a quattro mani. Non è che puoi sperimentarla con tutti. Ci devono essere determinate condizioni di base, determinate somiglianze e differenze. Un patto forte tra i due. Io scrivo con Maurizio Lanteri da quasi dieci anni, mi ci trovo benissimo, ma non lo farei con nessun altro.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Come quasi tutti, per campare io lavoro. Purtroppo sono impegnata otto ore al giorno in un ufficio che non è proprio sotto casa. Il che significa che esco di casa alle sei e mezzo del mattino e rientro alle sei e mezzo di sera. Viaggio in treno, il che mi consente di leggere molto, attività per me necessaria come mangiare e respirare. Ma ultimamente arrivo a casa stanca, ho perso l’energia di prima e non riesco più a scrivere fino a mezzanotte e oltre. Il che è un disastro, già prima ero lenta come un bradipo a scrivere un romanzo, figurati adesso.
Sensi di colpa invece non ne ho, almeno non più. I miei figli ormai hanno 25 e 21 anni, e vivono entrambi fuori di casa. Mio marito mi ha sempre appoggiato incondizionatamente. Cucina, lava e stira senza problemi.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Stiamo parlando delle Cinquanta sfumature? Non so cosa dire. Una volta ho litigato con un docente di tecniche di marketing, il quale sosteneva che il marketing è quella cosa che scova la presenza di bisogni da soddisfare. Io ritenevo, e ritengo tuttora, che più spesso crei il bisogno laddove non c’era proprio, nemmeno latente. Ma in questo caso faccio davvero fatica a credere che la colpa sia della campagna pubblicitaria che ha sostenuto le Cinquanta sfumature. E non riesco nemmeno a dare la colpa ai modelli allucinanti che vengono proposti attraverso la pubblicità, e le fiction più seguite, i cult di giovani o donne, dove tutti sono ricchissimi, bellissimi, con case da sogno. Persino in CSI Miami tutti i sopralluoghi li fanno in case favolose. Nel successo delle Cinquanta sfumature c’è altro e c’è di più. È come se, proprio grazie al marketing che lo promuoveva come romanzo dell’anno, le donne si siano sentite autorizzate a uscire allo scoperto, a leggere finalmente qualcosa che davvero le appassiona . Non mi spiego altrimenti i commenti entusiastici letti su Facebook, Anobii eccetera. Ovviamente la cosa mi ha avvilita assai. Io credo che l’amore sia un traguardo importante, che faccia parte della realizzazione dell’individuo e ho dedicato nella mia vita moltissime energie a questo fine. Ma l’amore non è un uomo bellissimo e ricchissimo che si innamora pazzamente ti te, si prostri ad adorarti e soprattutto cambi completamente per te. Questo è bisogno di affermazione, di essere ammirata, di dominare… quello che vuoi, ma non amore. Ci si chiede quando siano infelici e insicure queste appassionate di Mr Grey…

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Genere le Cinquanta sfumature? Non sono capace. Capisco che sarebbero fior di soldi, ma non sono proprio capace.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Ovviamente no, tuttavia per me scrivere romanzi su romanzi senza arrivare mai ai lettori sarebbe stato frustrante. Semplicemente, avrei lasciato perdere.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Non mi sento di pontificare sul tema, mi dicono che in tanti hanno cominciato così e poi sono passati oltre. Certamente meglio il self publishing dell’editoria a pagamento. Ma io non l’avrei fatto. I casi sono due: o quello che scrivo vale qualcosa o non vale niente. In entrambi i casi, non vedo il motivo per pubblicarlo così: se vale si merita di più, se non vale non merita proprio di essere pubblicato. Ma ogni individuo ha il diritto di fare quello che ritiene giusto per sé.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Sicuramente alla base di un successo c’è un lavoro di marketing. Il lettore deve sapere che il libro c’è e vederlo fisicamente nelle librerie, meglio se in congruo numero di copie. Se ce ne sono tante si è portati a pensare che è perché lo comprano in tanti, quindi deve essere bello.

Se l’autore passa in TV e D’Orrico grida al miracolo, ovviamente il marketing ne ha un vantaggio enorme.
Detto tutto questo, però, il libro deve piacere a chi lo legge perché continui a vendere. Ed è per questo che un fenomeno come le Cinquanta sfumature non va liquidato via con leggerezza.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

I buoni propositi si fanno quando vorresti fare una cosa e invece rinunci per il bene tuo o di qualcun altro. Io non ne ho fatti semplicemente perché l’unico mio desiderio è conservare le cose belle che la vita mi ha regalato, cioè la mia famiglia, la mia tribù. Di un improvviso successo anzi avrei timore, perché inevitabilmente se ne paga il prezzo. In un modo o nell’altro.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

I miei parenti, non tutti ma quasi tutti, non hanno mai letto un mio libro, né mi hanno mai chiesto notizie di questa parte della mia vita. Ecco, godermi la loro espressione facciale non avrebbe prezzo. Tuttavia credo abbia ragione mio marito quando dice “non illuderti, troverebbero il modo di non vedere, non sentire, non sapere”.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Joyce Carol Oates. Forse con lei condivido una visione molto cupa delle dinamiche familiari. Lei riesce a individuarle, le apre come un chirurgo, le fruga senza pietà. E scrive in maniera divina, entrando nei suoi personaggi come pochi al mondo riescono: Skyler, l’io narrante di “Sorella mio unico amore” è indimenticabile. Quando sono in crisi, davanti al foglio bianco, vado sempre a rileggermi qualcosa di suo. In genere, il capitolo di “Una famiglia americana” in cui il figlio minore racconta della notte in cui seguì i cervi al pascolo. Lo leggo e mi ricordo quanto devo ancora studiare ma allo stesso tempo mi ispiro.

 

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Ce ne sono diversi, ma cito il più noto, almeno in Italia. Cioè Alessandro Baricco, che amo molto come divulgatore e saggista, di cui ho letto con grande emozione la rivisitazione dell’Iliade, ma senza che questo riesca a farmi piacere i suoi romanzi. Oceano mare l’ho iniziato dieci volte e altrettante l’ho mollato. Seta l’ho letto saltando le righe. Di City ho seguito solo la storia del western, detestando con tutte le mie forze la parte del pugilato (e qui vedi che c’entrano le preferenze tra uomini e donne, io una storia che parla di pugilato non la reggo).

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Il titolo è ancora provvisorio, dovrebbe essere La Cappella dei Penitenti Grigi. L’esperienza per me e Maurizio è completamente nuova per due ragioni. La prima è che uscirà con un grande editore, per la precisione Nord, del gruppo GEMS. La seconda è che si tratta di un thriller storico di ampio respiro, una vicenda che si snoda su due piani temporali, il nostro tempo e il primo scorcio del XVIII secolo. L’editore punta molto sulla storia, che in effetti è appassionante, e sull’ambientazione, che porta il lettore in un luogo davvero unico, cioè la Camargue, tra fenicotteri, cavalli, tori, acqua e cielo. Ma io e Maurizio abbiamo cercato di fare di più rispetto al genere, cioè di scrivere non solo una storia di eventi coinvolgenti ma anche di raccontare i personaggi, di renderli spessi, così che chi legge riesca a vederli e ad amarli. Ci sono voluti due anni di ricerche, ma il risultato finale ci soddisfa. Speriamo che soddisfi anche i lettori… Uscirà ai primi del 2013 e confesso che sono un po’ spaventata.

 

Puoi fornirci una tua foto, la copertina del tuo ultimo libro e un link che rimandi alla possibilità di acquisto? Grazie

 

http://www.ibs.it/libri/luini+lilli/libri+di+lilli+luini.html

 

 

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scrivendovolo

(2) Readers Comments

  1. È bello sapere che il primo vero atto di scrittura sia iniziato in un camper: mi sembra simbolico. La scrittura è un viaggio, e il camper è un mezzo per viaggiare. Trovo molta sicurezza, nelle risposte di Lilly Luini, e mi piace anche questo. Faccio mio, poi, questo passaggio “…il che mi consente di leggere molto, attività per me necessaria come mangiare e respirare.”

  2. Grazie mille, mi sento davvero onorata di apparire su queste pagine, su questo progetto.
    Grazie a Milvia, per la sua attenzione. Il camper secondo me è il viaggio per eccellenza: è casa tua, te la porti appresso come una lumaca si porta il guscio, ti consente di essere dappertutto e allo stesso tempo non sei da nessuna parte. Ho scritto in camper per molti anni, confesso che le mie cose migliori, le scene più intense dei miei romanzi sono nate lì, in quei pochi metri quadri in cui si concentra tutto quel che serve.
    Ora viaggio meno, e mi manca moltissimo.

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