le interviste Rivista Scrivere Donna — 22 febbraio 2013

Laureata in filosofia, psicologa, mamma di Pipik, blogger. Queste sono solo alcune delle sfaccettature dell’identità teutonicamente celata sotto il nickname Zauberei. Da sempre attenta alle questioni di genere, dotata di acume intellettuale e romanesco disincanto, Zauberei è di sicuro una voce originalissima che potrete godere a pieno sul suo frequentatissimo blog http://zauberei.blog.kataweb.it/ mentre noi, qui, vogliamo darle l’onere di inaugurare il ciclo delle interviste su “Maternità e web”

Fioriscono ormai da tempo blog e forum dove le mamme si danno convegno per scambiare opinioni e suggerimenti sulla cura dei pargoli. Il web ha supplito all’isolamento delle madri?

Credo senza dubbio di sì. L’Italia è andata incontro a un consistente progresso economico nel dopoguerra, che non ha combaciato con il progresso culturale. Si è persa la rete relazionale familiare che metteva le donne in rete tra loro, e che compensava la loro separazione politica dalla vita civile, e non si è riusciti ad acquisire in maniera reale e capillare, la necessità di un’assistenza alle famiglie, nella cura della prole e delle persone anziane, che sono connotazioni forti del mondo invece sviluppato – senza contare che la media nazionale delle donne italiane che lavorano si attesta ancora al di sotto del 50 per cento. Non lavorando, senza rete familiare, soprattutto nel periodo anteriore alla scolarizzazione dei figli, le donne hanno poche occasioni di incontrarsi, di scambiarsi esperienze, di fare amicizia, o portarsi reciproco sostegno. La rete offre una possibilità consistente in questo senso, è facile trovarsi, avere consigli pratici per quella questione dell’ultimo minuto quando il pediatra non c’è… Avere riferimenti utili e magari e ci si incontra anche dal vivo per fare amicizia. Personalmente devo confessare di aver utilizzato FB qualche volta a questo scopo, e con grande successo, provando la vera ebbrezza di una reale utilità perché il mio bambino aveva per la prima volta la febbre sopra ai 40 gradi – una banalità a cui però non ero preparata…. ma sono fondamentalmente respinta, pur rispettando necessità e divertimento altrui, da quelle piattaforme per sole mamme, da quei blog che parlano solo di maternità e bambini. Uso chiamare questi siti, dentinocentrici, e mi danno un lieve stato di asfissia. Sono stata sempre respinta anche quando mio figlio era molto molto piccolo, dalla restrizione di argomenti trattati, e quindi di identità proposta alla maternità e alla cura della prole. Credo che ci entri anche il fatto che in genere questi siti non sono frequentati da padri, il che come dire, dà anche alla trattazione del tema una specie di coloritura prevalente, che rafforza una femminilità molto sentimentale, leziosa e tradizionale. Abbondano cuoricini, messaggi stucchevoli e si ha come la sensazione che persone gradevoli e intelligenti fuori, abbiano una specie di ondata regressiva sintattica. Una divisione per altro questa, che dovrebbe farci riflettere sulla gestione dei ruoli genitoriali in Italia.

Le donne sembrano risentire più degli uomini della mancanza di spazi comuni per solidarizzare. Perché a tuo parere?

Penso dipenda dalla doppia condanna che implica l’esclusione dal mondo del lavoro, e l’iniqua distribuzione della divisione dei ruoli all’interno della coppia. Perché non solo in assenza di lavoro manca una grande agenzia di socializzazione, ma di fatto dei bambini piccoli devono essere seguiti da qualcuno, e seguirli implica l’impossibilità di cercare contatti. E’ una questione in parte culturale, per una cultura che spesso e volentieri le stesse donne condividono, e che forse travalica nello psichico o nel biologico quando un figlio è molto piccolo. Perché quando è piccolo è piuttosto normale che una madre lo viva come priorità. E magari sarebbe anche normale che una donna non facesse un solo bambino nella vita. Ma a pensarci bene, c’è anche una sorta di ostilità politica ai bambini, che si traduce nella carenza di spazi pubblici a loro disposizione, e che mette a loro volta le madri, attualmente le prime responsabili della cura dei bambini nella costrizione di privatizzare la loro esperienza di cura, anziché socializzarla.

Assistiamo a due opposte tendenze: la contestazione dell’istinto materno come dotazione connaturata alle donne e la rivalutazione quasi sacrale della famiglia, dei figli e del ritorno tra le pareti domestiche. Che ne pensi?

Io ho la sensazione che siano due facce della stessa medaglia – due effetti del medesimo contesto culturale. L’Italia – forse non solo L’Italia – sta sotto il tallone di una spinta molto reazionaria in tema di differenza di genere, ma forse per quel retroterra culturale mai estinto e mai trasformato la situazione dai noi è più grave. Perché la donna viene completamente desoggettificata e inchiodata nel materno, quindi di conseguenza è spostata fuori dalla polis fuori dall’attività di cives, fuori dal consorzio civile, perché è diciamo bestializzata. L’alternativa, senza necessariamente andare a parlare di un concetto arduo come l’istinto materno, è chiedere alle donne di scotomizzare quell’aspetto identitario forte che è legato non solo alla maternità, ma alla sua possibile realizzazione a prescindere dalle libere scelte intraprese. Sono due forze entrambe patologizzanti quanto in un verso quanto in un altro, perché impediscono la crescita completa dei soggetti, e li inchiodano a certi momenti della vita: la sacralizzazione del materno eternizza il modo di essere madre di quando un figlio ha pochi anni e molte più necessità di quante ne avrà in seguito. Questo non vuol dire esclusivamente impedire alle donne di conciliare lavoro e privato, e quindi identità relazionale e identità intellettuale, ma vuol dire anche incoraggiare loro a identificarsi nella relazione con il bambino piccolo, mettendole nella condizione di tollerare con difficoltà il fatto che i figli crescano, e colludendo anche con delle forze patologiche latenti che possono creare problemi sia alle madri che ai figli – soprattutto nel momento in cui questi ultimi diventano grandi. Viceversa la demonizzazione del materno, scoraggia dal fare i figli, collude con i timori personali, mette in una falsa antitesi esperienza relazionale ed esperienza intellettuale, costringe in uno stato di adolescenza prolungata. Poi non ci si deve stupire che le giovani nell’enpasse di due scelte entrambe penalizzanti, non trovano niente di meglio che recitare la parte della ragazzina seduttiva, pronta per il sesso ma non abbastanza per la genitorialità e men che meno nell’adultità professionale percepita come nevrotica e defemminilizzata.

Hai dedicato uno spassoso post alla cosiddetta “pedofobia” ovvero alla ripulsa nei confronti dei bambini e delle loro peculiari esigenze. Puoi parlarcene?

È un interessante fenomeno di questi tempi di crescita zero. Accanto alle persone che serenamente decidono di non avere figli, o meno serenamente soffrono perché si trovano nella condizione di non poterne avere, ci sono quelli che scelgono di non avere figli e vivono questa cosa astiosamente, occupando molto del loro tempo, a manifestare il proprio astio verso chi i figli ce l’ha. In alcuni casi, particolarmente patologici si organizzano in portali. Cercando su google per esempio “blog child free”, si approda a siti squisitamente pedofobici e che in più passaggi suscitano sentimenti di umana preoccupazione, se ci si dimentica eventualmente di avere figli o non li si hanno – e di sincero umorismo se invece si ha ben in mente di tenere famiglia. Per la mia allergia a quello che sopra chiamavo dentinocentrismo, mantengo forti e salde relazioni con amici senza figli – oltre che con amici con – e loro sono in genere, molto gentili e carini con il mio piccolo – come con me anche quando aveva due anni e non potevo scegliere granché. Non abbiamo mai avuto problemi di sorta. In questo caso invece, si assiste a una specie di patologica attenzione alla vita dell’altro, come se sistematicamente la sua esistenza, il suo modo di essere costituisse un’offesa o un impedimento. Questo genitore di cui ci si occupa ossessivamente è sempre vissuto come invadente, facente dei gesti per i bambini non comprensibili agli adulti, ostentando una cura esagerata. I pedofobi sono quelli che dicono, cavolo mi ha invitata a cena e anziché parlare con me corre dietro al bambino di un anno e mezzo, che cafona! Ma il bambino di un anno e mezzo, se non ha nessuno che gli corre dietro si fracassa il cranio, è un fatto. Ma su questo ho davvero detto tutto nel mio blog.

In tempi di gravidanze sempre più agé, sentirsi dare della primipara attempata mina la già scarsa autostima di molte donne?

Intanto proporrei come istanza: ve prego, abbasta abbasta abbasta, dare per scontata la bassa autostima delle donne. Le donne sono diverse tra loro, alcune si credono chi sa chi, altre invece poverine sono molto tristi e non si vogliono bene e ognuna ha la sua storia. Io sono di una presunzione cosmica, e anche considerando che sono primipara tardiva per mia scelta e cocciutaggine, giacché mio marito ci teneva da subito a fare un figlio, non vivo minimamente la questione come un’onta. Molto dell’offesa sta nell’intenzionalità culturalmente codificata di chi usa l’appellativo, e nell’aderenza a quella cultura di chi lo riceve. Se in chi parla c’è il pensiero che una donna a posto è quella che prima i tutto procrea e lo fa presto, perché dimostra la sua adesione alla maternità, la sua fertilità e la sua desiderabilità sociale – perché se ti ingravidano presto si ha la prova provata di essere appetibili sessualmente – la formula ha contenuti offensivi che fanno arrabbiare se non si aderisce a un certo codice di valori, ma che sono altamente deprimenti se quello schema è condiviso anche se in via parzialmente inconscia.

Una donna che ha dedicato buona parte della propria vita alla realizzazione personale, affronta meglio l’impatto della maternità o è vero il contrario?

Non so se porrei la questione in questi termini. Perché è vero che stabilizzarsi nel lavoro aiuta e fa mettere delle cose da parte, io stessa ho teoricamente seguito questa logica. Ma la parte importante che conduce a una genitorialità più tranquilla è il superamento e la risoluzione di alcune cose personali, il proprio rapporto con i genitori, e con la madre, il proprio modo di interpretarsi come persona adulta e capace di non essere più figlia cioè oggetto di attenzione dei grandi, ma genitrice, cioè soggetto che da attenzione ai piccoli. Ma l’atto stesso di fare dei figli aiuta in questo passaggio, e farli prima ha in compenso il vantaggio di gestirli in una fase della vita di maggiore salute ed efficienza fisica. Niente ci vieta di fare figli a quarant’anni, e sono molto irritata dalla retorica di un paese che prima ostacola le donne sul lavoro in tutti i modi e poi si permette di rimproverarle perché fanno figli tardi. Ma oggettivamente prima, può essere meno faticoso.

Maternità: paradiso senza se e senza ma, purgatorio con possibilità di miglioramento o inferno ingovernabile?

Questa domanda è strettamente correlata alla precedente oltre che ad altre osservazioni di carattere economico e sociale. C’è una retorica mediatica e culturale che estetizza la maternità: la vediamo nella stampa, nelle pubblicità televisive, nel modo di alludere alle donne che hanno certi politici. In fondo, L’Italia non si è spostata eccessivamente dall’ideologia mazziniana del Dio Patria e Famiglia. E nella triade istituzionale, la mamma felice è quella che trasmettendo questi valori li tutela senza avere diritto di farli propri in modo razionale. Essa è felice quindi perché la prole è la sua principale realizzazione, la famiglia è la cellula dello Stato, e conviene osannarla in questo ruolo congiunturale, in modo che non crei troppi stravolgimenti. Nella realtà concreta questo stato di benessere nell’assolvimento del ruolo deriva solo dalla doppia congiuntura di un buon equilibrio psicologico interno, e una soddisfacente iscrizione della donna nel suo contesto sociale, meglio se con una divisione di ruoli paritaria con il compagno. I figli sono infatti una reale occasione di gioia, il raggiungimento di una seconda dimensione esistenziale, e sono anche una grande occasione di terapia psicologica per i genitori, che possono accudendo i piccoli, riaccudire se stessi, riscrivere la propria storia, confermare di aver preso delle cose belle dai propri genitori, o in tanti casi, mettersi alla prova per rifiutare dei torti subiti, dei dolori inflitti. Inconsciamente noi passiamo la vita a combattere con questa faccenda identitaria con i nostri genitori, e un figlio può fare meglio di un buon terapeuta.

Ma ci sono persone che hanno sofferto troppo per godere dell’occasione, e la maternità per loro diventa una situazione drammatica, e queste sono situazioni estreme, con una loro relativa frequenza. Più frequente però è il caso di donne che magari, non hanno subito chi sa quali traumi, magari un accudimento lacunoso per degli aspetti, o che magari hanno mantenuto delle insicurezze forti e delle fragilità: per queste donne, un compagno molto assente nella cura dei figli, la mancanza di asili nido, la solitudine sociale che combacia con le aspettative di onnipotenza verso di lei, possono trasformare davvero un momento della vita bello e ricco in una fase di grande criticità.

Perché non esiste un analogo fenomeno di condivisione della paternità sul web?

Beh, neanche fuori… In parte, c’è una questione biologica: i siti delle mamme riguardano la gravidanza e i primi due anni, c’è un consistente carico culturale nell’estremizzare la cosa, ma i figli li fanno le donne. Prima c’è una cosa sola che è la donna, e poi la donna mette al mondo un secondo soggetto che è il piccolo, ma per quei primi mesi, per quel primo anno a voja a di’ lo allatta lei, e la comunicazione arcaica è tra loro due, così come il processo di separazione principale è tra chi ha partorito e chi è nato dal parto. Questo mette la madre in una posizione di priorità nel bisogno di curare i figli e di confrontarsi con altre donne che stiano facendo la stessa esperienza. La socializzazione di rete ricorda forse i rapporti famigliari tra sorelle e cognate che nel patriarcato avevano tutte figli piccoli della stessa età.
In diversi casi, anche se non sempre, la rete non migliora né peggiora la realtà: la riflette. Nella realtà gli uomini dopo la nascita del primo figlio devono tornare al lavoro, la loro modalità di socializzazione rimane invariata.

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