Milanese per sbaglio, vivo a Perugia con tre figli, un criceto e, talvolta, mio marito, altrimenti impiegato all’estero.

Due anni fa, mentre sfogavo nell’internet le mie frustrazioni di mamma sola, venni precettata dalla coordinatrice del web magazine Style.it del gruppo editoriale Condé Nast, la quale mi propose di aprire un blog nel canale dedicato alla maternità.

C’era un problema: a me i blog di mamme non piacciono. Li trovo, nel migliore dei casi, melensi, noiosetti e autocompiaciuti, per tacere della brutta abitudine delle autrici di riferirsi ai figli con nomignoli imbarazzanti.

Ma non sono una persona coerente e così è nato “I miei tre figli sono figli unici” http://trefigli.style.it/ . Il blog ha superato le centomila visite già nel primo anno, catturando l’interesse di persone (molti i lettori non ancora genitori o senza nessuna intenzione di diventarlo) stanche della maternità presentata in maniera affettata e sacrificale. Credo che la responsabilità di questo sia da attribuire al disincanto da terzipara attempata e alle traversie cui mi costringono le due figlie adolescenti, grazie alle quali ho scoperto che si può soffrire più per un piercing negato che per un cuore infranto e che, per uno scherzo del destino, ci si può ritrovare consuocere della ragazzina che ci umiliava ai tempi del liceo.

Dal blog è nato il libro “Tre figli unici – sopravvivere a brufoli, tabelline e svezzamento in un colpo solo” edito da Futura Edizioni, presentato nell’edizione 2012 di Umbrialibri.

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Vivo perennemente con la sensazione, angosciante, a dire il vero, che il meglio debba ancora arrivare.

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Fioriscono ormai da tempo blog e forum dove le mamme si danno convegno per scambiare opinioni e suggerimenti sulla cura dei pargoli. Il web ha supplito all’isolamento delle madri?

Eccome! “Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino” dice un proverbio africano. In assenza di villaggi, le comunità virtuali suppliscono come possono e lo fanno egregiamente.

Ho iniziato a frequentare forum di mamme tredici anni fa, quando mia figlia aveva appena un anno e io mi trovavo sola – mio marito impiegato in Polonia, i nonni lontani – con una bambina di cui non riuscivo a decrittare i comportamenti. Era normale che mi picchiasse quando le rifiutavo il seno? Perché era così scorbutica, se durante la gravidanza avevo seguito tutti gli insegnamenti della brava mamma new age quali ascoltare il Canone di Pachelbel a ripetizione, passeggiare tra campi di grano e girasole, recitare mantra insensati tipo “il respiro mi respira”?

Le ragazze del forum offrivano una varietà di punti di vista e pareri che difficilmente avrei potuto ricevere nella vita reale. Il forum era la mia finestra sul mondo e offriva tutto quello di cui avevo bisogno: ascolto, confronto, incoraggiamento, soluzioni e sospensione di giudizio. Ma anche chiacchiere in leggerezza e risate.

Tra le forumiste si sviluppava un forte senso di appartenenza, ci sentivamo delle pioniere del web, neomamme informatizzate tutte modem e biberon.

A distanza di anni ho ancora contatti quotidiani con alcune di loro. Il forum ha sviluppato amicizie, sorellanze, rapporti di lavoro, e la distanza tra vita reale e virtuale è stata praticamente annullata. Adesso che i nostri figli attraversano adolescenze turbolente abbiamo ancora un disperato bisogno di confronto le une con le altre. Saremmo state tutte molto più sole senza il web e le sue community

(Devo aggiungere, a nostra discolpa, che sono cambiate le modalità comunicative. Al bando emoticons, cuoricini e lovamenti, ci raccontiamo in maniera asciutta e senza ipocrisie, come si conviene a signore con un piede nella menopausa che ne hanno viste e passate tante, abbandonando gli entusiasmi da primipara)

Le donne sembrano risentire più degli uomini della mancanza di spazi comuni per solidarizzare. Perché a tuo parere?

Quando hai i capezzoli ricoperti da ragadi assassine un uomo può offrirti una soluzione pratica e andare a comprare della lanolina, ma magari tu hai solo bisogno dello sguardo empatico di chi ci è passata e sa quanto facciano male – e magari non ti giudichi una mamma degenere se hai paura ad attaccare tuo figlio al seno!

Credo ci sia un comune sentire prettamente femminile in grado di dar luogo a una sorta di lessico familiare non comprensibile agli uomini, che possono essere in grado di capire le parole ma non di cogliere la filigrana dei significati che diamo loro.

Questo diventa particolarmente evidente quando si affrontano i temi della genitorialità.

Odio doverlo ammettere, ché mi pare di ricadere in quella retorica della maternità che tanto mi infastidisce, ma ci sono emozioni e sensazioni che vibrano solo in un corpo femminile. Il desiderio di un figlio può toccare corde che neanche sapevamo di possedere, per dire.

Penso sia per questo che le donne abbiano così tanto bisogno di spazi propri per confrontarsi. Più donne insieme, anche quando sconosciute tra loro, riescono a creare interi universi sviscerando ciò che è davvero importante: amori, disamori, vita, lavoro, figli. Sono temi che trattiamo con una sorta di pudore se ci sono uomini presenti, perché diventiamo molto generose di noi stesse quando diamo la stura ai nostri sentimenti più profondi – cosa che avviene facilmente nei ginecei improvvisati.

E si torna alle community femminili sul web. Con un gruppo di amiche abbiamo creato un microforum dove diamo libero sfogo a confidenze e lamentazioni.

Ieri sera siamo rimaste collegate fino a notte fonda per lamentarci dei nostri compagni: uomini assertivi, collaborativi, con incarichi di responsabilità, ma fermamente convinti che per cuocere la pasta sia necessario fissare per tutto il tempo l’acqua che bolle e fisiologicamente incapaci di programmare una lavatrice. E’ stato terapeutico.

Assistiamo a due opposte tendenze: la contestazione dell’istinto materno come dotazione connaturata alle donne e la rivalutazione quasi sacrale della famiglia, dei figli e del ritorno tra le pareti domestiche. Che ne pensi?

Partoriscono anche i gatti” ha dichiarato la mia amica Tiziana gettando alle ortiche secoli di mistica sulla maternità. Brava Tiziana, hai fatto bene.

Io di figli ne ho voluti tre e all’arrivo del terzo mi sono ritirata a vita casalinga: per la mia organizzazione familiare, è stata una scelta obbligata.

Nonostante ciò odio la retorica della maternità sciatta e sacrificale, mi irrita quell’aria tronfia e matronale di chi sembra aver brevettato la maternità, quel malcelato senso di superiorità di chi pensa di aver acquisito un valore aggiunto in virtù del fatto essersi riprodotta e “se non hai figli, non puoi capire”.

Grazie a Dio oggi le donne possono scegliere. Aver scelto di diventare mamma – e poterlo diventare, ché non è detto accada – non mi ha reso una persona migliore delle amiche che hanno deciso di fare altro. Siamo solo persone con percorsi di vita diversi e mi piacerebbe che il mondo non desse un giudizio di valore in base alla funzionalità del nostro utero.

Sulla casalinghitudine non posso dire niente, sono una persona che non ha ancora fatto pace con se stessa. Sono casalinga professionista da quattro anni e so quantificare il valore economico dei compiti di cura e custodia che elargisco alla famiglia. Mi piacerebbe che il mio ruolo avesse un riconoscimento sociale e che alle casalinghe venisse data un’immagine meno parodistica, meno caricaturale e svilente.

Allo stesso tempo mi sento a disagio per la scelta fatta: sono consapevole del fatto che la decisione di diventare casalinga ha delle ricadute non solo sulla mia famiglia ma, alla lunga distanza, sulla società tutta. Temo di non sapere educare i miei figli al lavoro fuori casa, di trasmettere alle ragazze un’immagine parziale di donna ed infine di privarle, in futuro, della possibilità di scegliere cosa fare di se stesse, se lavorare a casa o fuori. Se alle famiglie venissero ulteriormente ridotti i servizi necessari per consentire a entrambi i genitori di lavorare, mi sentirei corresponsabile della cosa.

In tempi di gravidanze sempre più agé, sentirsi dare della primipara attempata mina la già scarsa autostima di molte donne?

No. La scarsa autostima di molte donne viene minata dopo la gravidanza, dagli stessi figli.

Mamma, ma quando eri bambina esisteva già il televisore?” ha chiesto recentemente la figlia di mezzo. Lì per lì ci sono rimasta malissimo, le ho pure risposto stizzita: certo che si, che ma domande fai! Poi però ho razionalizzato: per fortuna non ha chiesto nulla sul telecomando.

Aggiungo anche che quanto viene detto dai medici è vero: una gravidanza vissuta a quarant’anni non è diversa da una gravidanza vissuta a venti. Quello che viene taciuto è quanto accade dopo: ti ritrovi, cinquantenne, a ripassare le tabelline. E’ lì che il gap tra la mamma trentenne entusiasta e la mamma cinquantenne disincantata diventa micidiale.

Una donna che ha dedicato buona parte della propria vita alla realizzazione personale, affronta meglio l’impatto della maternità o è vero il contrario?

Non sa, non risponde.

Io ero talmente frustrata nel lavoro che nella maternità ho dato il meglio di me e mi sono sentita – odio dirlo, suona così anni Cinquanta – completa: sentivo il bisogno di spostare il baricentro al di fuori di me. Ma è una cosa talmente personale! Ho visto amiche, professioniste stimate e realizzate, tentare di applicare in famiglia i modelli comportamentali adottati in ambito lavorativo, con risultati surreali.

Maternità: paradiso senza se e senza ma, purgatorio con possibilità di miglioramento o inferno ingovernabile?

Maratona senza punto di arrivo.

Se penso quanto io stessa , alla mia età, sia ancora presente nella vita dei miei genitori, mi prende lo sconforto: dunque non finisce proprio mai?

No, mai.

Diventare mamma è stata la cosa migliore che mia capitata finora, risponde a un’esigenza profonda che non sono capace di mettere a fuoco e tradurre in parole. Anche perché, per farlo, rischierei di impantanarmi in quella retorica della maternità che tanto aborro. Mi limiterò a dire che è stato il mio modo di dare senso alla vita.

Nonostante questo la sera vado a letto con la sensazione di aver spinto i miei ragazzi inerpicandoli su una strada in salita. Spesso e volentieri trascorro notti insonni piene di angoscia per il futuro e, se mi fermo a pensare, mi rendo conto di aver rinunciato a tanto di me, del tempo che avevo, dei miei interessi, delle amicizie, per far posto alle loro esigenze.

Mi consola il pensiero che in futuro saranno loro ad aprirmi al mondo proiettandomi in situazioni nuove – scuola, lavoro, società – così nel frattempo faccio quello che si conviene: sospiro molto, mi sfogo nell’internet, mi rigiro angosciata nel letto, ringrazio il Grande Zot per avermi dato la possibilità di crescerli.

Perché non esiste un analogo fenomeno di condivisione della paternità sul web?

Prima di rispondere sono andata a farmi un giretto nel web, imbattendomi in un forum chiamato “Noi papà”. I thread in rilievo si intitolavano “Indovina la schedina” e nelle cartelle sottostanti si parlava di Moto GP.

Ricordo poi un amico che, diventato padre, spargeva sgomento tra le mamme del web aprendo topic dal titolo “La mia vita è finita”.

In molti forum sono presenti i papà ma, per quanto attivi, la loro partecipazione è – come dire – incidentale: raramente i loro interventi riguardano dubbi o problematiche sulla crescita dei figli, non si interrogano su se stessi, c’è più che altro una condivisione su fatti socialmente o politicamente rilevanti.

Mi rendo conto che è una visone un po’ manichea, ma finora solo un forum mi ha smentita, “Non togliermi il sorriso”: lì i pochi uomini presenti parlano anche di educazione e sentimenti. Forse gli uomini si fanno meno paranoie e sentono meno forte l’esigenza di un confronto in tema di crescita ed educazione.

Mi piacciono invece i blog di papà perché gettano uno sguardo ironico e disincantato sull’essere padri e, soprattutto, sembrano essere consapevoli del fatto che il mondo sia fondamentalmente disinteressato ai problemi intestinali della prole.

Ma sono partigiana e rimango convinta che, in tema di maternità, per arrivare al cuore di una donna ci voglia un’altra donna.

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