Silvia Ancordi è una mamma, una blogger, una scrittrice, una persona dalla sensibilità ben oltre la norma, una donna per cui l’idea della “cura”, dell’interessarsi al benessere dell’altro è parte integrante della vita. Leggerla, ve lo assicuro, è un piacere mai grande quanto ascoltarla e conoscerla personalmente.

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1) Fioriscono ormai da tempo blog e forum dove le mamme si danno convegno per scambiare opinioni e suggerimenti sulla cura dei pargoli. Il web ha supplito all’isolamento delle madri?

Penso che le ragioni che spingono a aprire un blog siano diverse. Le mamme blogger hanno salotti virtuali legati alla professione, agli hobby o veri e propri diari personali.
Ho iniziato nell’agosto del 2011 dopo 3 anni in cui avevo preso distanza dalla rete (sono stata guida di Supereva di pedagogia per sei anni).
Dopo il parto avevo bisogno di riprendermi uno spazio personale e il blog era il mio angolo virtuale in cui fare esercizio di scrittura e superare il pudore di essere letta. Pensavo che scrivere di maternità in modo ironico e irriverente fosse una buona idea. Scrivo
racconti sull’extrasensoriale (in Italia mi è stato detto che vengono pubblicati solo stranieri già noti) quindi scelsi uno pseudonimo anglofono e iniziai a postare. Non mi sentivo a mio agio. Non sapevo del boom di mommy che aveva invaso la rete e leggere di pappe, pannolini e simili era frequente, a tratti inquietante, anche perché le mamme diventano tutte pedagogiste e la concorrenza era schiacciante! Volevo staccare dalla routine non infilarmici anche nel virtuale.

Un giorno postai un articolo sui fiori di Bach. Fu lettissimo.
Prima della maternità mi occupavo di crescita personale, spiritualità, terapie complementari, legge di attrazione quindi pensai che potevo essere più utile parlando di questi temi e rivolgermi non solo alle mamme. Uscii dalla nicchia dei mommy e iniziai a parlare del mio lavoro e da allora sono molte le donne che mi scrivono in privato per chiedere consiglio su come migliorare, cambiare, crescere.

La primavera scorsa incrociai – per caso – Annalisa Uccheddu, titolare di Siska Editore casa editrice nativa digitale, e scherzando le dissi che le avrei spedito il romanzo. Accettò incuriosita, credo, anche dai temi trattati sul blog. A giugno ho firmato il contratto e ora stiamo lavorando all’editing dell’e-book.
Tutto questo per dire che la rete permette di trovare quello che cerchiamo. È un jolly molto utile: se cerchiamo un modo per socializzare avremo quello, se vogliamo usarlo per lavoro ne abbiamo la possibilità, se vogliamo fare polemica non mancano le occasioni. Se ci fossero più strutture sul territorio non credo che la rete perderebbe forza perché avvicina persone con interessi simili anche a distanza di chilometri. A volte non sopportiamo il vicino che ascolta musica rap a palla quando noi amiamo il jazz o la signora del piano di sopra che sbatte i tappeti a orari impossibili. In rete possiamo scegliere chi frequentare.

2) Le donne sembrano risentire più degli uomini della mancanza di spazi comuni per solidarizzare. Perché a tuo parere?


La realtà di isolamento in cui si trovano le mamme è molto diversa rispetto alla situazione che vivono i padri. Le madri sono a casa, le amiche spesso spariscono e ci si trova a fare le mamme h24. I padri invece lavorano, escono, mantengono un legame con la vita precedente la paternità che, in qualche modo, li fa sentire come prima. Per le mamme non è così. I padri parlano dei figli sul lavoro, di svezzamento e dentizione. Le madri spesso perdono il lavoro.

3) Assistiamo a due opposte tendenze: la contestazione dell’istinto materno come dotazione connaturata alle donne e la rivalutazione quasi sacrale della famiglia, dei figli e del ritorno tra le pareti domestiche. Che ne pensi?


Non ho mai considerato la maternità come passo necessario nella vita di una donna per sentirsi completa. Ho sempre distinto gravidanza e maternità. Credo che la prima di fatto permetta alla donna di comprende davvero il potere di generare che abbiamo ed è un dono fantastico e aiuta a prendere consapevolezza del proprio corpo fino in fondo, ma essere madri è altro e non passa necessariamente per la gravidanza. La maternità non è generare, è prendersi cura dell’altro. L’istinto materno in questo senso può concretizzarsi in altri modi. Certo un ritorno dell’educazione secondo i tempi di sviluppo del bambino sarebbe auspicabile. Si parla di qualità del tempo, ma è una fesseria. I bambini hanno bisogno di tempo, tanto tempo, attenzioni e cure. La delega della funzione educativa ad altre figure di riferimento è molto frequente. Le mamme hanno paura di seguire l’intuito e chiedono consiglio per qualsiasi cosa. Vado controcorrente e spingo le mamme, e le donne, ad ascoltarsi.

4) In tempi di gravidanze sempre più agé, sentirsi dare della primipara attempata mina la già scarsa autostima di molte donne?

A 30 anni secondo i medici sei già attempata per la gestazione. Penso dipenda sempre molto da come viviamo e affrontiamo ogni esperienza. Di fatto la gravidanza regala un assetto ormonale che può essere meraviglioso, ma anche difficile da gestire e ogni minima cosa può turbare. Un po’ più di leggerezza a volte non sarebbe male. Saper sorridere aiuta a stemperare la tensione in molte situazioni, specie nel post partum dove i momenti bui possono essere frequenti. È il motivo per cui ho scelto di collaborare con QuandoNasceUnaMamma: parliamo delle difficoltà della maternità perché non è sempre sorrisi e immagini da copertina, ma è anche isolamento, solitudine profonda, senso di inadeguatezza, impegno, stanchezza e fatica. Fa parte del pacchetto all inclusive!

5) Una donna che ha dedicato buona parte della propria vita alla realizzazione personale, affronta meglio l’impatto della maternità o è vero il contrario?

Non credo sia giusto generalizzare. Ho conosciuto donne felici di aver inseguito la carriera per poi pensare alla gravidanza ed essere serene perché si sentivano realizzate professionalmente e pronte a dedicarsi ad altro, così come ho incontrato donne che hanno vissuto l’isolamento e il nuovo ruolo come un salto troppo alto da affrontare. Per chi non lavorava l’impatto con la maternità è meno invasivo, forse, ma comunque totalizzante.

6) Maternità: paradiso senza se e senza ma, purgatorio con possibilità di miglioramento o inferno ingovernabile?


Se rispondo “Tutte e tre” pare brutto? La maternità è un paradiso per le sensazioni che dà e sono davvero impagabili e non le ho comprese finché non ci sono passata; può essere un purgatorio se si fa fatica ad entrare nel ruolo di genitore (vale anche per gli uomini) e a trovare un nuovo equilibrio familiare perché tutto il sistema di rapporti cambia; un inferno quando il bambino sta male, la casa è un caos, suonano alla porta e sei ancora in pigiama dopo la notte in bianco con le borse sotto agli occhi che sembrano due trolley e il bisogno di farti una doccia stando da sola per mezz’ora in silenzio. L’inferno di solito dura poco. Con un sorriso dura ancora meno e torna il paradiso a volte saltando la tappa del purgatorio.

7) Perché non esiste un analogo fenomeno di condivisione della paternità sul web?


Ora la nicchia da ‘sfruttare’, non so ancora per quanto perché credo sia satura, è la bolla dei mommy. Quando non renderà più sono sicura che vedremo spuntare molti daddy blog. I papà usano il web più per scopi professionali o di svago che per socializzare. Poi come dicevo prima hanno la valvola di sfogo del lavoro anche se ultimamente stanno nascendo diversi blog gestiti dai padri. Credo che ne vedremo sempre di più perché la partecipazione dei papà alla cura e all’educazione dei figli è maggiore e lo è anche di più per i padri attempati che spesso si rimbambiscono più delle mamme per l’amato frugoletto! Hai notato?  

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