Luana Troncanetti, creatrice del blog “La Staccata” (http://www.lastaccata.it/) è una scrittrice per caso, schiava devota dell’ironia e mamma strafelice di Alessandro, aka Superboy. Nel 2009 ha vinto il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica. Da allora disegna cerchietti in un angolo continuando a domandarsi: “Ma che s’erano pippati quelli della giuria?”

La Staccata, che sta per “geneticamente inabile a mettere i tacchi”, non aveva mai incontrato qualcuno capace di parlare più di lei. Allora l’ha partorito.

Anche prima di diventare mamma non aveva trascorso che una minuscola porzione della sua scellerata vita in bilico sui trampoli. Prendersi cura di Superboy, (ex) bimbo ipercinetico, cronicamente insonne e disubbidiente per motivi religiosi, ha dato il colpo di grazia alla sua già scarsa tolleranza della scarpa da femme fatale. La filosofia “Tappa ma felice!” è un esorcismo al suo metro e sessanta scarso di fiera bassezza.

Autrice de “Le mamme non mettono mai i tacchi”

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(http://www.amazon.it/mamme-mettono-tacchi-Antiguida-mestiere/dp/8897695426/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1353700125&sr=1-1 )

 

e colpevole di numerose collaborazioni in antologie a stampo umoristico, cura una rubrica di recensioni di libri per bambini (http://genitoricrescono.com/category/libri-bambini-2/) in tandem con suo figlio.

ALE LUANA Polaroid

1) Fioriscono ormai da tempo blog e forum dove le mamme si danno convegno per scambiare opinioni e suggerimenti sulla cura dei pargoli. Il web ha supplito all’isolamento delle madri?
Il web ha sicuramente supplito all’isolamento delle mamme. Ritengo però che non abbia svolto questa funzione tramite i forum, ma attraverso quei blog personali (e in casi più rari i siti) che offrono un confronto su argomenti che nulla hanno a che vedere con pannolini e svezzamento. Non è realistico pensare che una donna disseti la sua voglia di condivisione con i forum, mastodontici contenitori di informazioni spesso inaffidabili che non tutte riescono a filtrare. Magari può accadere i primissimi tempi, ma poi si va decisamente oltre.

 

I blog,invece,regalano esperienze di vita capaci di creare empatia e allontanano il senso di solitudine. Scoprire che altre affrontano le tue stesse problematiche, che ridono o piangono più o meno per gli stessi motivi o che “osano” distaccarsi con sana allegria dalla tanta glorificata immagine di “madre che tutto può” è una rivelazione meravigliosamente confortante.

 

2) Le donne sembrano risentire più degli uomini della mancanza di spazi comuni per solidarizzare. Perché a tuo parere?

 

Il mondo è decisamente poco amichevole con le mamme; le donne avvertono di più la mancanza di certi spazi perché di solidarietà in giro ne trovano pochina. Fare la mamma oggi rappresenta una corsa a ostacoli generata da un contorno sociale spesso ostile. Crescere un figlio non sarebbe tutto sommato così difficile, è farlo a determinate condizioni che è complicato.

 

Il confronto verbale è un atteggiamento tipicamente femminile. Le donne sviscerano da sempre i problemi parlandone a lungo, oggi anche su web, mentre gli uomini generalmente non avvertono la necessità di aprirsi e raccontarsi neppure offline.

 

Molti di loro, nonostante siano padri collaborativi e presenti, nutrono pudore nel mostrarsi fragili, impauriti, in preda al panico in certe occasioni, bisognosi di aiuto e confronto. Parlano ancora poco, ed è un peccato mortale perché quelli che lo sanno fare offrono un sorprendente spaccato della nuova genitorialità.

 

3) Assistiamo a due opposte tendenze: la contestazione dell’istinto materno come dotazione connaturata alle donne e la rivalutazione quasi sacrale della famiglia, dei figli e del ritorno tra le pareti domestiche. Che ne pensi?

 

Non amo sentir parlare della maternità come di una fastidiosa incombenza così come non mi piace chi la dipinge come una divina investitura che ci immunizza alla fatica, ci vota al sacrificio perenne e ci qualifica esclusivamente come “mamma di qualcuno”, al punto che alcune di noi si presentano in società come: “Sono Lamammadì… Claudio/Giulia/Martina…”. senza rivelare il proprio nome di battesimo, come se fosse un particolare di irrilevante importanza.

 

L’atteggiamento più equilibrato è ovviamente piazzarsi in una terra di mezzo: è meraviglioso prendersi cura dei figli così come lo è mollarli qualche volta per riprendere fiato; è fantastico superare imprese alla Wonder Woman tanto quanto sfilarsi saltuariamente la divisa da “supereroa”, un’operazione che – statene pur certi – non sposterà di un millimetro l’inclinazione dell’asse terrestre.

 

Equilibro è crescere con i propri figli, non per loro, senza idealizzare in modo ridicolo l’istinto materno né, peggio ancora, negando quanto questo sentimento sia presente – con modalità e tempistiche multi sfaccettate – nel nostro essere donna.

 

4) In tempi di gravidanze sempre più agé, sentirsi dare della primipara attempata mina la già scarsa autostima di molte donne?

 

Sottolineo mio malgrado un’ovvietà, ma sono ancora troppi quelli convinti che si possa diventare madre “a comando” ;  ricordare che non è affatto così non guasta mai. Esistono donne che impiegano diversi anni prima di restare incinte, che subiscono cure invasive per contrastare l’infertilità e/o lo strazio di aborti “spontanei” e ripetuti. In queste dolorose circostanze il termine “attempata” può decisamente ferire.

 

Nel caso i cui si tratti di una scelta, oppure di una necessità economica, in quanto tale dovrebbe essere abbastanza facile infischiarsene delle etichette gratuite. Dovrebbe…

 

 

5) Una donna che ha dedicato buona parte della propria vita alla realizzazione personale, affronta meglio l’impatto della maternità o è vero il contrario?

 

In linea di massima sarei portata a rispondere che sì, innegabilmente per quelle che hanno conquistato una certa realizzazione personale è tutto più complicato. Tuttavia, conosco donne che sono riuscite a superare l’impatto con maggiore serenità di altre che non hanno mai raggiunto posizioni di rilievo in ambito professionale.

 

Per assurdo mi capita di interagire con mamme inoccupate o impiegate part-time che faticano più di altre impegnate almeno dieci ore fuori casa. Dipende tutto dal carattere, dalla capacità di adattamento della donna e soprattutto dalle circostanze: se una mamma “realizzata” (oppure no) ha accanto qualcuno che abbia la sua stessa voglia di fare il genitore allora il suo compito si semplifica. Spesso basta “solo” beneficiare di un compagno che ti affianca in mansioni universalmente riconosciute come “cose da donne” per sentirti realizzata e soprattutto rispettata come persona; ciò indipendentemente dal fatto che tu diriga una multinazionale oppure no.

 

 

6) Maternità: paradiso senza se e senza ma, purgatorio con possibilità di miglioramento o inferno ingovernabile?

 

Purgatorio con infinite possibilità di miglioramento, svariati attimi che puntano al cielo e alcuni verso gli inferi. Lascio il paradiso e l’inferno alle estremiste; l’assolutismo non è roba che fa per me.

 

7) Perché non esiste un analogo fenomeno di condivisione della paternità sul web?

 

Come accennavo sopra, in linea di massima gli uomini non sono culturalmente abituati a comunicare fra di loro su certi argomenti. Anche se sul web esistono interessanti spazi gestiti da papà blogger, rappresentano una minoranza e non riescono ancora a “fare rete”.

In più c’è anche un motivo di carattere squisitamente sociologico: alcune  mamme, per scelta personale o più frequentemente perché vengono “invitate” a dimettersi, riconvertono le proprie conoscenze in nuove attività o creano iniziative che “fanno” informazione sui più svariati campi legati all’universo “mamma”, incluso quello della riqualificazione lavorativa.

 

Quindi: da una parte ci sono donne che reinventano una professione e offrono servizi sul web, dall’altra c’è chi ricerca opportunità di lavoro  che integrino e, in alcuni casi, addirittura sostituiscano la loro occupazione. Da questi incontri possono nascere interessanti collaborazioni: blog scritti a più mani, siti di informazione mirata, società di servizi di marketing e comunicazione in grado di creare relazioni fra i brand di settore e le mamme.

 

Non sto naturalmente dicendo che chiunque gestisca un blog mammesco possa vivere di post sponsorizzati e collaborazioni,  ma uno spazio web ben strutturato può rappresentare un buon trampolino di lancio per  promozionare attività magari svolte offline. In ogni caso, curare un blog offre un’opportunità di interscambio, non necessariamente mirato a un fine commerciale, capace di offrire enormi soddisfazioni.

 

Difficilmente un uomo viene costretto a licenziarsi perché in casa sta per arrivare un bebè, di conseguenza non avverte l’esigenza di inventarsi nuove professioni o anche semplicemente di cercare condivisione in giro. Ecco perché, fra gli altri motivi, i padri non “fanno rete”.

 

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