le interviste Rivista — 08 ottobre 2013

Scrittore e giornalista per vocazione, blogger per diletto, Remo Bassini è un uomo di lettere a 360°. Dal 2002 a oggi ha pubblicato otto libri, tra cui “Lo scommettitore”, libro del mese di Fahrenheit nel luglio 2006 e finalista del libro dell’anno Fahrenheit 2006, e una raccolta di racconti, “Tamarri”, edito da Historica nel 2008. Vanta collaborazioni con case editrici – quali Mursia, Fernandel, Newton Compton, Perdisa Pop, Senzapatria- dirige lo storico giornale della città di Vercelli (dove vive dal 1958) “La Sesia” e cura due blog, il suo personalissimo “Altri appunti”, in cui si trovano ricordi e racconti di vita, e “Il blog di Remo Bassini”, sulla piattaforma de Il Fatto Quotidiano. Mentre è alle prese con la stesura di nuovo libro, ci rilascia questa breve intervista:

-Come ha avuto inizio la sua esperienza con la scrittura?

Ci sono stati tanti momenti. Quello del sogno di diventare scrittore, comune a tanti, quello dell’abbandono del sogno dopo aver scritto e distrutto per anni, perché insoddisfatto. Io credo che il mio punto di partenza sia stato un dialogo tra me e me. Una sera mi sono detto: Raccontami una storia. E così ho fatto: ho lasciato che la mia mano scrivesse e mentre scriveva mi stupivo e mi domandavo: cosa sto scrivendo? Insomma, ero riuscito, con quella domanda, ad allontanarmi dal mio ombelico.

-Quali caratteristiche deve necessariamente avere un aspirante scrittore? Quali un aspirante giornalista?

Tutti possono diventare giornalisti, perché ci sono regole precise su cosa scrivere e come scrivere. Per lo scrittore è diverso: è lui il regista di come scrivere, cosa scrivere e quando scrivere. Certo, per entrambi, giornalista e scrittore, è importante la tecnica. Al giornalista basta e avanza, se alla tecnica somma passione e curiosità e soprattutto umiltà sarà un buon giornalista. Lo scrittore invece ha un compito più gravoso: deve inventarsi. Deve guardare il mondo con occhi di scrittore, raccontare. Cosa, in che modo e quando raccontare sono scelte difficili, che spettano solo a lui. Lo scrittore, insomma, deve prendere decisioni continue e, allo stesso tempo, sentirsi sempre scrittore e, ancora, deve interrogarsi sul suo ruolo: a chi scrivo e perché scrivo? Mi capiscono tutti? Ecco, un giornalista sa chi è il suo lettore, glielo dicono al giornale. Uno scrittore, quando deve scegliere tra una scrittura semplice e una più elaborata, è al buio, non ha nessuno, solo se stesso.

-Cosa vuol dire scrivere? O meglio, qual è il fine della scrittura?

Non lo so, ma so che per me è come respirare. Aspetto i momenti della scrittura, durante il giorno.

Se poi la mia scrittura, oltre al mero raccontare storie di amore e di morte, ha una funzione sociale tanto meglio. Scrivere e denunciare a volte (non sempre, a volte, ripeto) è un dovere. Perché questo mondo, a mio avviso, è più marcio rispetto ai mondi dei nostri padri e nonni.

-Che ruolo ha il Web nell’attuale periodo di crisi dell’editoria?

Una iattura, a mio avviso. Adoro il web perché è libertà, anarchia. Lo odio, perché sta uccidendo la carta.

-Che cosa pensa del self-publishing?

Può essere una soluzione, quando l’editoria rifiuta un buon lavoro ci sta. Ma c’è un problema più grande, che è la mancanza di umiltà e che porta a dire a quasi tutto gli aspiranti scrittori: la grande editoria non mi pubblica, e allora ci penso io… Fenoglio diceva: La mia miglior pagina se ne esce spensierata dopo decine e decine di penosi rifacimenti. I pochi aspiranti scrittori che ragionano così, con umiltà e dubbi, sono quelli che a mio avviso lasceranno un segno: e non importa dove e non importa come.

-Come è iniziato il suo percorso da blogger?

Sarò sincero sincero. Dovevano uscire due miei libri, così ho pensato che un blog poteva servirmi per farmi un po’ di pubblicità. Sbagliavo.

-Quali pensa siano le potenzialità dei blog letterari?

Oggi, con facebook gli spazi si sono ridotti. Ma al di là dei numeri e dei contatti, se sono fatti bene sono come fari nella notte: possono, infatti, segnalare i libri che meritano, ed è importante questo, soprattutto oggi, che siamo sommersi da libri spazzatura e da una sovrapproduzione spaventosa.

-Come può essere rilanciata la pratica della lettura nel nostro paese?

Editori e scrittori devono rinunciare a parte di quello che guadagnano: insomma i libri devono costare di meno, molto di meno. Dai dieci ai tre euro. Viceversa, vanno aiutate le librerie e soprattutto, le biblioteche. E magari le scuole: basterebbe che le case editrici invece di mandare i libri al macero li regalassero ai ragazzi. Su cento libri regalati, magari tre, quattro potrebbero essere letti.

-Esistono letture che non possono mancare nel repertorio di un “buon lettore”?

No, la vita è un caso. E’ giusto che i libri, un po’ come succede per i grandi amori, si incontrino per puro caso.

-Cosa consiglia a chi ha l’aspirazione di diventare uno scrittore?

Di leggere due cose, la vita e i libri. Con occhi da scrittore. Sembra facile, ma, a ben pensarci, leggere un libro da scrittore significa interrogarsi sugli avverbi, su un certo modo di fare i dialoghi, sull’uso dei tempi. La vita, invece: uno che vuole fare lo scrittore deve, oltre all’inventare, essere in grado di descrivere e quindi, quando cammina, quando lavora, quando si diverte deve guardarsi in giro e chiedersi: quante sono le cose che non conosco e che non sarei descrivere? Leggere i libri e la vita con occhi di scrittore non è facile facile. Anzi, non lo è per niente.

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