Approfondimenti Rivista — 30 giugno 2014

La scuola francese è in rivoluzione: il ministro dell’istruzione Benoît Hamon ha indetto una conferenza nazionale nella quale si è dichiaratodeciso a cambiare, entro dicembre, il modello di valutazione del sistema scolastico. “È il momento di tornare a riflettere su un nuovo modo di valutare, al servizio dell’apprendimento e dei progressi degli allievi”.

Daniel Pennac, scrittore francese e “studente somaro” per sua stessa ammissione, è tra i promotori più entusiasti di questa iniziativa e tra i sostenitori della più feroce critica mai espressa al sistema dei voti scolastico: “Il Voto, la malattia infantile dell’educazione. Il voto è la sorgente della paura preventiva, quella che ci portiamo dietro e che non se ne va più. Il voto è il giudizio. È il sospetto che si annida dentro l’alunno, dentro il maestro. Il voto è la vergogna dell’essere somaro. E genera la vergogna dei genitori. È la vergogna e la resa di un insegnante. È per ultimo la resa di un’intera società. Che finisce solo per preoccuparsi dell’identità, dell’immagine. Di un fantasma”.

Nel suo libro “Diario di scuola”, Pennac racconta della sua disastrosa carriera scolastica, da cui si sentiva perseguitato ogni giorno: “Refrattario dapprima all’aritmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo sport né peraltro da alcuna attività parascolastica”.

Oggi Pennac è tra gli scrittori più letti e amati al mondo e è stato a sua volta insegnante per 27 anni; cos’è che lo ha salvato? “Degli inconsapevoli maestri liberatori”, racconta, che ne intuiscono la creatività e decidono di scommettere su di lui, anche a discapito del programma scolastico standard. Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?”

Ma quanto spesso questo accade? In Italia il problema della dispersione scolastica è gravissimo e l’iniziativa francese fa discutere e divide il paese in due: da una parte c’è chi ritiene i voti vadano aboliti perché dannosi e impersonali, dall’altra chi invece pensa le insufficienze siano necessarie per preparare lo studente a quello che lo aspetta fuori dalla classe. Siamo comunque parecchio lontani da una rivoluzione, bloccati in un sistema di valutazione standardizzato e obiettivo.

Il problema è che l’Italia (ma, in generale, il mondo) avrebbe bisogno di più insegnanti come quelli che salvarono Pennac. Sono troppo pochi i docenti che si preoccupano davvero di indirizzare i giovani; ancora meno quelli in grado di intuire le capacità della persona che hanno davanti, anche e soprattutto quelle che gli studenti non hanno modo di esprimere in un sistema educativo troppo statico che dà poco spazio alla creatività.

E allora voti sì o voti no? Forse la risposta, come spesso accade, sta nel mezzo. Ovviamente i brutti voti non hanno senso nel momento in cui diventano paralizzanti o vengono percepiti come puramente sanzionatori. Gli studenti dovrebbero aver chiaro che il voto, anche quando insufficiente, ha valore puramente valutativo, ma purtroppo questo non sempre accade, soprattutto tra i più piccoli. Oggi i bambini si trovano fin dalla scuola primaria a doversi confrontare con un sistema di valutazione numerico che non hanno i mezzi per comprendere davvero. Forse sarebbe opportuno fare come la Francia e pensare di introdurre questo tipo di sistema solo in seguito, quando un ragazzo è in grado di attribuire a un’insufficienza il giusto significato.

Silvia Pica

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