Approfondimenti Rivista — 10 marzo 2014

Il non amare la lettura è una caratteristica che crea in molti italiani un inconfessato complesso di inferiorità nei confronti di chi ai loro occhi appare più informato e colto. Nessuno mai lo ammetterà, ma quando ci si sente dire “Non ho tempo per leggere”, è al 90% delle volte una scusa per non dire che non se ne ha voglia, cercando tra l’altro di lasciare intendere che si è persone dalla vita vorticosa e interessante. Nella migliore delle ipotesi, infatti, si cerca di mascherare questo complesso con il tentativo di apparire richiesti – anzi reclamati – con forza dal mondo esterno. Nella peggiore, invece, questa tipologia di persone cerca di rigirare la frittata cercando di fare sentire noi lettori come persone passive e distaccate dal reale.

Con questo non voglio mettere in dubbio le difficoltà e l’effettiva mancanza di tempo di chi magari ha figli piccoli e incombenze lavorative che vanno oltre l’orario di ufficio. Ma a volte, come detto, si tratta di alibi, fossero anche nei confronti di se stessi. Io credo che non ci sarebbe nulla di male nel dire “Io ho altri interessi” o “Sono pigro”: gli individui così si perdono qualcosa nel non leggere, ma non per questo chi lo fa li giudicherebbe degli incolti. Meglio sempre essere sinceri, dato che nessuno subirà mai multe per mancanza di lettura.

Anche perché ormai internet ha fatto cadere la foglia di fico (una foglia di fico gigantesca, capace di coprire l’intero corpo): se si trova il tempo di leggere su smartphone articoli lunghissimi pubblicati in rete, allora si dovrebbe parlare di idiosincrasia contro la carta stampata o contro la letteratura, e non di altre difficoltà. Come dice giustamente l’articolo di Andrea Bianchi su linkiesta.it, non è raro sentirci dire dai colleghi di lavoro che la sera prima sono andati a letto prima perché annoiati dalla scarsa offerta televisiva. Preferirei sentirmi dire che leggere implica un maggiore impegno, concentrazione e che, se si tratta di romanzi, non si ha voglia di interrompere. Perché almeno, queste, sono cose vere, elementi seriamente dissuasivi per chi è nato nell’era dell’immagine e dell’immediatezza. Un romanzo, che è lo strumento solitamente identificato con la lettura tout-court, costringe alla sospensione. Perché tirare fuori la scusa delle lancette, se si trova sempre il modo di guardare una fiction o un film? Dice il succitato articolo di Bianchi che una soluzione potrebbe essere l’autoimporsi un certo numero di pagine da leggere ogni giorno alla stessa ora; è giusto, ma trovo che ciò sia indicato solo per persone realmente motivate e dalla volontà di ferro, perché leggere non deve assomigliare a un impegno da assommarsi agli altri. In poche parole, sarebbe ottimo per leggere uno o più libri, ma trovo difficile si crei un’abitudine su presupposti così gravosi.

Né consiglierei esagerazioni opposte, come quella dell’AD Julian Smith, capace di leggere un libro a settimana. Evidentemente, essendo anche una figura importante nella sua azienda, egli trova il tempo di leggere solo perché è velocissimo; ma quale immersione in un mondo è possibile, mi chiedo io, se non si sente mai il bisogno di soffermarsi un minimo su una frase, su un dettaglio, su una riflessione?… Quasi meglio non leggere.

Ma torniamo alla non-lettura: una sola sarebbe l’obiezione credibile e accettabile, che implica anzi un approccio giusto al libro (e infatti quasi nessuno lo tira in ballo): la mancanza del silenzio circostante. Siamo intontiti dagli schiamazzi, dai rumori, e a volte è difficile immedesimarsi in un mondo immaginario in cui non è possibile la via di mezzo. Ed allora, ancora una volta, sarebbe meglio soprassedere, dato che sarebbe impossibile entrare nello spirito dell’autore. Quindi nessun rimedio contro l’inquinamento acustico domestico e non? Non proprio, i rimedi della nonna sono sempre i migliori: lasciamo pure che i nostri eventuali consorti si lamentino se teniamo la luce del nostro comodino accesa mente loro vogliono dormire: 40 minuti di lettura nel silenzio della notte prima di addormentarsi restano sempre l’ideale.

Giovanni Modica

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