Approfondimenti Rivista — 12 marzo 2013

Il mestiere del letterato non è mai stato semplice. Da ecclesiastico e artista presso la corte dei mecenati a funzionario statale, l’intellettuale, sia esso scrittore o poeta, è difficilmente avulso da ruoli istituzionali. Che sia per scelta (vedi Dante Alighieri o Gabriele d’Annunzio) o per bisogno (come Ariosto), l’uomo di lettere è prima di tutto un uomo al servizio della società. Quando non sono i potenti a investirlo di fini politici e sociali, è il popolo a sceglierlo come proprio rappresentante indiscusso: cavalcare il malcontento generale, farsi portavoce delle esigenze condivise, denunciare le ingiustizie e i soprusi fa parte del suo essere vate- interprete e guida dei sentimenti delle masse di ogni epoca. Nella storia della nostra letteratura, solo coloro che hanno difeso con tenacia e perseveranza i principi epicurei di atarassia e aponia, sono riusciti nell’arduo tentativo di liberarsi dal “carcere degli affari e della politica”.

A partire dalla seconda metà dell’800 e -in più larga misura- nel corso del 900, il letterato ha iniziato ad affiancare all’attività di scrittore e di poeta quella di insegnante e giornalista. Il progressivo miglioramento del sistema educativo del nostro paese, in tutti i suoi ordini e gradi, e la diffusione sempre più capillare di giornali, radio e televisione, ha offerto all’intellettuale due nuovi mezzi di sostentamento. Che sia stato spinto da ristrettezze economiche (è il caso di Luigi Pirandello) o lo abbia fatto per vocazione (come per Pier Paolo Pasolini), l’uomo di lettere ha acquisito lo status di professionista.

Oggi, il letterato è innanzitutto un precario.

In numero assoluto i precari italiani sono 3.315.580 unità e la più alta concentrazione –come ha rilevato la CGIA di Mestre- è nel Pubblico Impiego, ossia nelle scuole, nei servizi sociali e nella pubblica Amministrazione. A ciò si accompagna una crisi nel mercato editoriale senza eguali nella storia. Il risultato è inevitabile: le prospettive di lavoro per chi ha investito la propria formazione in settori inerenti dell’istruzione, della cultura e della letteratura sono drasticamente ridotte. Una situazione che avrebbe avuto ripercussioni anche sul genio di un intellettuale come Franz Kafka. Impiegato presso l’Istituto contro gli infortuni sul lavoro del Regno di Boemia, lo scrittore originario di Praga, mal tollerava la vita d’ufficio; ma privo di scartoffie e di pratiche burocratiche da sbrigare, perdeva la sua ispirazione e originalità.

Luciano Vandelli, nell’opera “Tra carte e scartoffie. Apologia letteraria del pubblico impiego”, presenta una carrellata di esempi, tratti dalla grande letteratura italiana ed europea, analoghi al caso di Kafka. La storia di autori come Goncarov, Hawthorne, Maupassant, Stendhal, Zola e Dostoevskij –per citare qualche nome- è sintomo di come “la letteratura –scrive Vandelli- deve molto al pubblico impiego”.

Tuttavia, il rapporto tra letteratura e pubblico impiego è radicalmente cambiato.

Arriva un momento come questo- scrive Andra Bajani su La Repubblica- in cui il lavoro non è più un diritto/dovere dei cittadini, non è più la richiesta e l’imposizione da parte di un potere di contribuire a portare avanti la macchina arginacaos, ma piuttosto una concessione elargita con sufficienza, e sempre revocabile”. È in un momento storico come quello che stiamo vivendo che la precarietà assume il senso derivante dal suo significato etimologico: ciò che ottiene il precario non è per diritto, ma per preghiera. Mentre il tasso di disoccupazione cresce vertiginosamente, i neolaureti vanno in cerca di fortuna in altre parti della Terra e i più giovani sono istruiti in un sistema che applica tagli e riduzioni nei settori dell’informazione e della cultura, i letterati precari italiani possono solo sperare e pregare di essere collocati in uno di quegli uffici, tanto ostili e tanto cari a Kafka.

 

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