Approfondimenti Rivista — 07 settembre 2012

Nel corso delle settimane su questo portale abbiamo spesso voluto approfondire alcune questioni riguardanti i metodi che, specie i grandi scrittori e i grandi editori, utilizzano per diffondere in maniera capillare i loro testi, spesso servendosi di “complici” per spacciare un certo titolo come best seller ancor prima di vederlo sugli scaffali delle librerie. Abbiamo così focalizzato l’attenzione sulle fascette editoriali, sulle recensioni fatte da critici con evidenti conflitti di interesse fino a denunciare le anomalie della filiera editoriale che garantiscono grande successo di vendite ad un certo tipo di testo anziché di un altro.

Tornando a parlare delle recensioni, da cui invitiamo sempre a diffidare, la loro (non sempre, ovviamente) scarsa credibilità deriva dal fatto che i recensori hanno spesso delle particolari motivazioni (personali o professionali) che li spingolo a dipingere un libro in modo poco conforme al loro ruolo di critici imparziali che offrono un servizio utile al lettore. Spesso addirittura non si sa bene chi sia l’autore materiale della recensione. L’esempio più eclatante possibile è quello di Roger Jon Ellory, celebre autore inglese di thriller, tra cui Vendetta e La voce degli angeli , che hanno riscosso un discreto successo anche in Italia. Il buon Roger, oltre a beneficiare di tutti quei “privilegi” tipici dell’editoria moderna che gli hanno permesso di mantenere per mesi i suoi libri nella classifica dei più venduti, ha anche firmato, nel 2008, molte recensioni dei suoi stessi libri allo scopo di favorire il passaparola della rete. Attraverso Amazon, Ellory ha infatti diffuso, sotto pseudonimo ovviamente, numerose recensioni nelle quali, oltre a definirsi “uno degli autori contemporanei di maggior talento”, celebrava i suoi titoli giudicandoli “capolavori moderni”, “da togliere il fiato” e via via discorrendo. Non pago, Ellory di tanto in tanto si concedeva anche qualche stroncatura ai testi di altri autori concorrenti. Ad esempio, a proposito di Dark Blood dello scrittore scozzese Stuart MacBride, Ellory scrive: «È il secondo libro che leggo di questo autore, e a dire la verità non c’è niente che mi abbia infastidito di più».

Premesso che, in questo come in altri articoli di simile argomento, non si vuole in alcun modo giudicare il talento letterario dell’autore in questione, l’intento resta quello di mostrare i limiti della promozione letteraria, in questo caso quella occulta in Rete, la quale, Ellory a parte, non è una novità. La scorsa settimana Cristina Taglietti sul Corriere informava, addirittura, che un critico «professionista» dell’Oklaoma, Todd J. Rutheford, ha aperto un servizio online in cui vende recensioni positive al modico prezzo di 99 dollari al colpo.

In quest’ottica, il sogno di Jeff Bezos di eliminare gli intermediari tra lo scrittore e il lettore pare essersi realizzato. Praticamente chiunque abbia voglia di cimentarsi con il mestiere di scrittore può farlo tranquillamente autopubblicandosi e utilizzando i principali canali sociali di internet per autopromuoversi, e adesso addirittura autorecensendosi con il sapiente utilizzo di uno pseudonimo. Certo che, una realtà del genere, oltre a scontentare i vari editori, promotori, critici letterari e librai, del tutto inutili, più che dare vita ad un mondo dell’editoria fatto di scrittori e lettori pare piuttosto creare un universo di predatori e prede nel quale la categoria degli scrittori, ingigantita dall’enorme sottocategoria degli pseudo-scrittori, tenta in tutti i modi possibili di persuadere la categoria degli ignari lettori.

O forse è quello che succede già ora?

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