Approfondimenti Rivista — 31 gennaio 2013

Per farsi un’idea immediata della questione che verrà posta nelle prossime righe è molto meglio raccontare una storia eloquente anziché concentrarsi nella composizione di un pomposo incipit.

La storia è quella della casa editrice americana Knopf, protagonista nel corso dei decenni di clamorosi rifiuti di testi divenuti best seller internazionali; basti pensare che tra i loro “no” di lusso si annoverano autori come Jorge Luis Borges, Isaac Bashevis Singer, Anaïs Nin, Sylvia Plath, Jack Kerouac.

Se fosse stato per la Knopf nessuno avrebbe mai letto nemmeno “Lolita” di Nabokov o “Il diario di Anna Frank”. Un po’ come quando ad una seduta di allenamento del Como mentre militava nella vecchia serie C, si presentò un ragazzo argentino adolescente alto un metro e sessanta con un buon piede mancino. La formazione dell’allora presidente Enrico Preziosi lo scartò perché troppo esile. Poi, qualche settimana fa, quello stesso calciatore ha ricevuto il suo quarto pallone d’oro: si chiamava Lionel Messi.

Capita”, si dirà.

Solo che la casa editrice Knopf (a differenza del Como), nonostante gli abbagli, può consolarsi con le pubblicazioni di 17 premi Nobel e di 47 premi Pulitzer, a testimoniare il fatto che è comunque da sempre attenta alle grandi opere letterarie di indiscusso valore.

Di recente, a causa della crisi, è stata “costretta” a inserire nel suo catalogo un volume di ricette scritto dalla cuoca di Oprah Winfrey, in netta controtendenza rispetto alla linea editoriale mantenuta da sempre. Il successo clamoroso di questo titolo ha ridato fiato al “povero” editore che ha così potuto continuare il proprio impegno mandando in stampa i nomi più prestigiosi della letteratura mondiale.

La morale della storia è che, a volte, il libro-spazzatura di turno può essere utile per aiutare il principe azzurro a liberare la principessa.

O anche no.

Perché non tutte le case editrici sono come la Knopf e non tutte posseggono una linea editoriale “a doppio binario”, privilegiando le pubblicazioni di altissimo valore culturale ma offrendo anche titoli più “pop”.

Questi “libroidi” può capitare che rappresentino non un mezzo ma un fine per molte case editrici, al punto da intasare il mercato in lungo e in largo.

Alla luce della storia appena raccontata però, tutto questo potrebbe anche non essere un dramma.

La pensa così Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori: “Quelli che ora chiamano “libroidi” ci sono sempre stati, fin dagli albori dell’editoria a carattere industriale. Semmai la diversità rispetto a prima è nel medium che li pubblicizza. Parlo ovviamente della tv”. Che però, secondo Peresson, “ha anche una virtù non trascurabile: porta in libreria i cosiddetti lettori occasionali. Coloro che, in buona sostanza, abitualmente non leggono, ma che, spinti proprio dalla promozione televisiva, si incuriosiscono di questi “libroidi” firmati da personaggi famosi e vanno in libreria per comprarli.”

Peresson continua poi la sua argomentazione con dati alla mano: “Secondo quanto emerge da un’indagine sugli ultimi cinque anni, i cosiddetti lettori occasionali entrati in libreria per acquistare un “libroide”, sono usciti dal negozio con 1,27 libri. Vale a dire che ogni cento libroidi acquistati sono usciti dalla libreria altri 27 volumi”.

Tutto vero e tutto giusto.

Ma a Peresson si potrebbe obiettare, sempre dati alla mano, citando, dall’ultimo numero di Internazionale, il linguista Tullio De Mauro, che riporta i numeri raccolti dall’Ocse che dicono che il 33% degli italiani non capisce o non sa scrivere una breve frase, e una percentuale ancor più alta ha difficoltà nella comprensione di testi orali.

C’entrerà qualcosa il fatto che in pochi leggono, e che quei pochi che lo fanno leggono libri-spazzatura?

Di certo un’offerta culturale più elevata proveniente anche dai programmi televisivi oltre che dal mercato editoriale aiuterebbe, come aiuterebbe provare a smettere di fare del mercato l’unica giustizia e legittimare qualsiasi deriva qualitativa lo faccia da padrone in nome di una crescita economica ma tutt’altro che culturale. Anche perché non avrebbe poi senso rivendicare sostegno alla cultura da parte dello Stato per fare in modo che si incentivino le persone alla lettura e alla cerscita umana e spirituale. 


Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.