News Rivista — 12 dicembre 2013

Provate a digitare su google “self-publishing” e usciranno milioni di siti per pubblicare il proprio libro. Il fenomeno ormai è diffusissimo ed è una semplice tecnica per evitare le classiche “porte in faccia” degli editori.

Ma sono loro a dire troppe volte no o non tutto è “degno” di essere pubblicato?

Ogni cosa ha una sua selezione naturale: per diventare un giornalista o un avvocato non si deve superare una prova? Non si deve entrare in un ordine? Non ci sono persone che giudicano il tuo lavoro e la tua persona e decidono se sei adatto o no per svolgere quel lavoro? Allora mi chiedo: perché il “self-publishing” deve aggirare la corretta selezione fatta da esperti, da persone del mestiere e non dal primo uomo che ci capita davanti? Ormai per sentirsi scrittori basta caricare il proprio file su una di queste piattaforme digitali, scegliere titolo e copertina e via, in pasto ai lettori ad un costo minimo. Il fenomeno ha talmente invaso la nostra società che a Febbraio, nel comune di Empoli, è nata una scuola di self-publishing dal nome “Bye Bye book Accademy” . Riservata solo ai residenti, è stato il primo corso in Italia con lo scopo di creare self-publisher in grado di pubblicare e promuovere al meglio le proprie opere. Il sito ilmiolibro.it, primo sito italiano di self-publishing, in quattro anni ha pubblicato più di 68.000 titoli, cifre da capogiro che non fanno altro che aumentare l’offerta senza un adeguato aumento della domanda. Questo website si pubblicizza con lo slogan “l’hai scritto, va stampato”, ecco, anche loro si autodefiniscono solo degli “stampatori”. Pubblicare e stampare sono due cose distinte: nel primo caso l’opera sarà sottomessa al giudizio di un esperto, nel secondo invece sarà semplicemente autopromuoversi oltre che autoeditarsi.

Più ti senti uno scrittore e più non lo sei. Credo che basterebbe un po’ meno d’arroganza per far calare il “self-publishing” e alzare di nuovo la qualità dell’offerta letteraria. A conferma di ciò, chiuderei con una frase di Schopenhauer:

“Per ogni libro degno di essere letto c’è una miriade di cartastraccia”.

Jennifer Toppi

 

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scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. Gli esami dei quali parli tu non sono affatto limpidi. Le grandi case editrici perseguono il lucro e non pubblicano esordienti se non sponsorizzati o particolarmente visibili (passati in tv). Parli di giudizio dell’esperto? Mi sollecita un sorriso quando trovo opere spazzatura (o prodotti di consumo – assemblati da editor e ghostwriter) pubblicate dalle grandi case editrici.

    L’ SP non ha mercato. Gli autori SP sono gli unici acquirenti di loro stessi (Proprio tu affermi che l’ SP non fa altro che aumentare l’offerta senza un adeguato aumento della domanda). Che male arreca quindi l’operato del SP al mercato, se nessuno si sognerebbe mai di comprare un libro di uno sconosciuto per di più autopubblicato? Io, però, che sono curioso, ho trovato tra tanta mondezza pubblicata SP, anche molti autori più che buoni che le editrici vere hanno rifiutato. Di contro ho trovato anche tanta mondezza firmata case editrici famose. E se vogliamo potrei farti, anziché i nomi e i cognomi, i codici ISBN. Chiamiamoli scrittori, quindi, se lo meritano a prescindere da come e da chi vengono pubblicati.

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