Approfondimenti Rivista — 05 ottobre 2012

I commenti a caldo alle affermazioni della giallista Sue Grafton, che dalle pagine del Guardian condanna come “allergici al lavoro duro” gli autori che si auto-pubblicano, dimostrano che “il Re è nudo” e rendono necessaria una lezione per non cadere nel tranello di molte persone che, per interesse o per stitichezza mentale, non fanno i doverosi distinguo, con il duplice risultato di giudicare come lavativi gli autori che auto-pubblicano e di vedere nel self-publishing un nemico dell’editoria tradizionale.

Bisogna anzitutto chiarire che la traduzione corretta di self-publishing non è auto-pubblicazione ma auto-edizione, e consiste nell’attività, da parte di un autore, di “distribuire” un libro senza passare attraverso la intermediazione di un editore. Il termine auto-pubblicazione è invece la traduzione corretta di self-printing, e consiste nell’atto di “rendere disponibile” il libro con mezzi di stampa propri. Nel caso di self-printing il concetto di “disponibilità” si sovrappone a quello di “pubblicazione”, in quanto un testo viene stampato in proprio per poter essere reso disponibile al pubblico interessato.

È chiaro quindi che il self-printing affronta il problema della “disponibilità fisica” di un’opera, mentre il self-publishing ne affronta la “distribuzione”: entrambi svincolano l’autore da terze parti, ma se concettualmente rimangono due attori distinti, all’atto pratico è difficile immaginare uno scenario con un solo protagonista. Rendere infatti “disponibile” un libro non ci esula dalle necessità di “distribuzione” dello stesso. Al contrario, l’edizione di un libro non avrebbe modo di esistere senza una sua pubblicazione che ne permetta l’utilizzo.

Se si aggiungono le possibilità offerte dai formati digitali, che svincolano la disponibilità dall’aspetto pratico della stampa, il concetto di self-printing perde consistenza ed ha motivo di esistere solo come “printing-on-demand” laddove il lettore, non potendo fruire della versione digitale, ne richiede una copia cartacea.

Il self publishing è molto simile a quanto accade nella musica per le band indipendenti, che si autofinanziano tramite concerti e vendita diretta di cd. Laddove però la musica sia pessima, nessuno si sognerebbe di criticare il supporto musicale: il difetto sarà da riscontrarsi nelle mani del bassista o nella voce del cantante. Oppure di entrambi. Di contro, se è vero che un brano musicale può risentire della qualità del supporto di registrazione – si pensi ad una musicassetta rispetto ad un cd -, nulla vieta ad un orecchio esperto (leggasi “casa discografica”) di richiedere all’autore un registrazione di qualità per meglio giudicarne forma e contenuto, andando a fornire – se interessato – un palcoscenico più ampio ed uno studio di registrazione più professionale.

L’analogia musicale dimostra che i primi a doversi interessare di self-publishing sono gli editori stessi, che dovrebbero andare a stanare quei self-publishers che prendono sul serio il proprio lavoro. I self-publisher, d’altro canto, dovrebbero considerare le statistiche: solo una minima percentuale di autori self-published riesce a vivere delle proprie royalties, e la probabilità di guadagnare di più aumentano per chi si serve di un agente per raggiungere degli accordi con gli editori tradizionali.

Che valore ha quindi il self-publishing per l’autore e l’editore? Per l’autore che lo pratica con cognizione di causa e serietà, rappresenta una via possibile all’editoria tradizionale; una palestra che lo rende più forte e consapevole; una moneta di scambio con un maggiore potere contrattuale di fronte a un editore. Per l’editoria in generale, esso rappresenta una sfida di autocritica, di riforma, d’innovazione; un segnale di allerta per un modo di fare editoria che non è più al passo con i tempi e con le esigenze degli autori e dei lettori.

Il self-publishing rimane quindi un’occasione: per l’autore di dimostrare le proprie capacità ad un pubblico di editori in ascolto, per l’editore di scovare giovani talenti in un pagliaio di presunti tali. Il tutto sperimentando nuove prassi per diffondere contenuti in maniera più efficace per tutti: autori, editori e… lettori. Perchè alla fine è il lettore, ovvero il fruitore finale dell’opera, che sarà a decretare la bontà del lavoro congiunto tra autore ed editore.

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