Approfondimenti Editoriale Rivista — 11 agosto 2013

Al destino non manca il senso dell’ironia, e a quanto pare non manca nemmeno all’interpretazione delle epoche storiche, e del modo di vedere il mondo tipico di ognuna di esse.

Meno di un secolo fa, un’opera titanica e maestosa, che celebrasse la grandezza di Roma e della sua storia, era considerata la costruzione di quella che Mussolini volle chiamare “Via dell’Impero”. Oggi, invece, la mastodontica impresa di valorizzazione della civiltà romana è diventata smantellare la suddetta via.

Senza dubbio, quella che venne inaugurata il 9 aprile del 1932 da un raggiante Duce a cavallo, fu un’opera totalmente frutto della mania di grandezza del regime: una via che collegasse, materialmente e idealmente, Piazza Venezia e il Colosseo, il nuovo e l’antico impero.

Ed è altrettanto, lapalissianamente vero che i lavori di demolizione del quartiere Alessandrino, edificato nel corso dei secoli sul tratto individuato per la costruzione della via, ha, forse danneggiato, certamente seppellito, una vasta area del foro originario, che giace ancora sotto i sampietrini romani.

Per questo, dopo la pedonalizzazione totale del tracciato, promessa e mantenuta dal neo sindaco Marino, peraltro avvenuta non senza polemiche, allo stesso sindaco è venuta in mente l’idea di iniziare una procedura che porterà allo smantellamento totale dell’opera d’epoca fascista, proprio allo scopo di creare la più grande, e di valore, area archeologica a cielo aperto del mondo.

Disagi a parte, pedonalizzare via dei Fori Imperiali è di certo un ottimo modo per ridurre il danneggiamento dei monumenti causato dallo smog e rendere ancor più suggestiva quella che probabilmente è la passeggiata più bella del mondo.

Smantellarla, però, forse non è la più geniale delle idee.

Partiamo da un doveroso presupposto, chiarito dallo stesso Marino in un’intervista all’Huffington Post: non si tratta di un intervento antifascista, poiché, sebbene l’antifascismo di Marino sia ampiamente dimostrato, un’intuizione del genere non può nascere dalla mera volontà di eliminare un’opera del regime, altrimenti andrebbe riconiato il significato del termine “nostalgico” per farlo alludere a una volontà di tornare al periodo pre-mussoliniano, anziché riferirlo, come tutt’ora si fa, a chi prova malinconia proprio per l’era delle camicie nere.

Ci sarebbe poi da dire che pare quantomeno paradossale che si pensi di intraprendere un’azione del genere, dai costi “piuttosto” importanti, per usare un eufemismo, per valorizzare un’area archeologicamente inestimabile di cui fa parte, tra gli altri, il Colosseo che però verrà restaurato con dei fondi privati.

L’intento, nobile, di questa azione sarebbe quello di offrire ai turisti, e ai romani stessi, un paesaggio ancor più unico nel suo genere, riportato agli antichi splendori, in grado di attirare una nuova, grande mole di visitatori ed estimatori da tutto il mondo.

Certo che però, tenere aperto un cantiere di tali dimensioni per mesi, probabilmente anni, potrebbe essere addirittura un deterrente per l’afflusso di turisti nel breve periodo.

In definitiva, un progetto del genere non rischia di diventare uno specchietto per le allodole? Non esistono già vaste aree, svariati monumenti e luoghi pittoreschi che necessitano di essere valorizzati a dovere, forse con più urgenza?

Non si tratta di energie e risorse che andrebbero utilizzate con forza per un serio piano di rilancio degli ambienti culturali romani?

A mio modesto parere, esiste il serio rischio che le due opere, di costruzione e smantellamento, a distanza di 80 anni l’una dall’altra siano accomunate dalla stessa matrice di fondo: la megalomania.

Daniele Dell’Orco

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