Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Quella mattina il parco era deserto, soltanto lui che correva e il rumore del camion che svuotava il cassonetto del vetro. Erano quasi le sette, l’intera città sembrava essere in vacanza, non si sentivano né sirene né clacson. Tutto era avvolto da un pesante strato di umidità che faceva prevedere una giornata di caldo insopportabile. Nella tasca il cellulare iniziò a vibrare, era il promemoria che aveva impostato per non fare tardi al lavoro, doveva girare e tornare verso casa. Una volta arrivato si fece la doccia e si vestì in fretta. Prima di andare in ufficio doveva passare a casa di sua madre, come tutte le mattine, per prepararle il caffè.

“Ci metto anche un po’ di cannella?”

“Sì, grazie. Se va bene anche per te”. Riempì la moka di acqua fino alla valvola, mise la polvere di caffè nel filtro, aggiunse la cannella, avvitò la macchinetta e la sistemò sul fornello più piccolo, a fuoco basso. Quando era triste il caffè lo preferiva con la cannella. Sicuramente quella notte era stata ancora sveglia a pensare, a cercare di capire dove potesse essere suo marito che era scappato con un’altra donna.

“Ti ha chiamato, tuo padre?”

Lui dalla cucina aveva sentito benissimo, ma fece finta di niente. Ancora lo aspettava, anche se ormai lo sapevano tutti che non sarebbe più tornato. Versò il caffè nelle tazzine di porcellana, mise un cucchiaino e mezzo di zucchero nel suo, l’altro lo lasciò amaro e andò in sala da pranzo dove lei lo aspettava, seduta accanto alla finestra. Le passò la tazzina nella mano sinistra, si mise seduto sul divano e iniziò a girare il caffè guardando il cucchiaino, lo bevve solo quando lo zucchero fu completamente sciolto.

“Queste tazzine ce le ha lasciate lo zio di tuo padre. Quando tornò dall’America visse qui per qualche anno prima di morire. Ci lasciò la casa e quel mobile che è lì nell’angolo, dentro c’erano queste meravigliose tazzine. Devono essere antichissime”.

“Come va il braccio?” Chiese lui.

“Ancora non riesco a muoverlo. E se non mi riprendessi più?”

“Sono solo dieci giorni che sei uscita dall’ospedale”.

Tornò in cucina, lavò le tazzine e la macchina del caffè. “Io vado, ci vediamo domani”.

Questo era esattamente quello che faceva ogni mattina. Da una settimana. Da quando si era reso conto che non poter bere quell’unico caffè che le era concesso rendeva sua madre ancora più triste. Era in grado di fare tutto da sola, l’unica cosa che proprio non riusciva a fare era svitare la moka.

Suo figlio era andato via da poco più di un’ora e lei iniziò di nuovo a pensare di essere un peso, di essere diventata un’incombenza, le dispiaceva disturbarlo. Il marito l’aveva abbandonata, il figlio minore si dedicava alla moglie e alla loro bimba appena nata. L’unico che poteva badare a lei era il primogenito. Fisicamente le somigliava tanto, ma aveva il carattere del padre che lui odiava. Decise di farsi coraggio e uscire per andare al centro commerciale. Voleva comprare una macchina da espresso così non gli avrebbe più fatto perdere tempo, ogni mattina, prima di andare a lavoro. Ci mise un po’ per prepararsi, la cosa più difficile fu indossare la maglia per via di quel braccio che doveva alzare come un peso morto. Le faceva impressione toccarlo, non voleva nemmeno guardarlo, aveva paura che non sarebbe più riuscita a muoverlo normalmente. Uscì di casa che erano le dieci e chiuse il portone girando la chiave a fatica con la mano sinistra, prese l’ascensore e si andò a sedere alla fermata dell’autobus nella piazza sotto casa, era da sola. La piazza era assolata, a quell’ora il caldo già iniziava a seccarti la gola, ti faceva venire il respiro pesante e l’autobus non si decideva a passare. Quando finalmente arrivò si sentiva stanca, ma ormai non valeva la pena tornare indietro. Il viaggio non fu lungo, solo sette fermate e per arrivare al centro commerciale dovette attraversare un grande piazzale pieno di pullman fermi al capolinea. A quel punto l’aria era rovente e le girava la testa, entrò nel centro commerciale e sentì un colpo di freddo su tutto il corpo, c’era l’aria condizionata al massimo, si sentì stringere il torace in una morsa e le gambe molli, ma continuò a camminare. Si diresse a passi incerti verso il negozio di elettrodomestici. Entrò, si guardò un attimo intorno per orientarsi e capire dove avrebbe potuto trovare le macchine del caffè. In quel momento, mentre voltava la testa a destra e a sinistra, non vide più niente, uno schermo nero. “Signora, signora”, qualcuno si era chinato su di lei che era distesa a terra. Alcune persone la circondavano e mormoravano “È svenuta”. Dapprima riusciva solo a sentirli, ma dopo qualche secondo li vide, erano tutti intorno a lei e la guardavano dall’alto. Non aveva la forza di parlare. Le diedero dell’acqua e zucchero e la fecero sedere nell’ufficio del direttore. Era confusa, non riusciva a riprendersi. Le chiesero il nome però non seppe rispondere. Provarono a cercare un documento nella borsa, ma c’erano soltanto le chiavi di casa e qualche vecchio scontrino stropicciato, si era dimenticata di prendere il portafogli. Chiamarono l’ambulanza.

Il pronto soccorso del policlinico era affollato da turisti che si riprendevano dai colpi di calore presi nelle piazze del centro e da anziani disidratati che ondeggiavano lentamente ventagli di fortuna. La signora si riprese gradualmente, dopo la flebo, e fece chiamare i figli. Il parcheggio dell’ospedale era semivuoto, le guardie giurate

alla sbarra chiacchieravano tra loro mangiando un gelato, muovendosi al rallentatore. Lui entrò con la macchina e posteggiò sotto un pino marittimo che faceva ombra, un gatto sdraiato sulle radici dell’albero aprì un occhio per guardarlo, poi lo richiuse e continuò a dormire. Sceso dall’auto gli si parò davanti il fratello.

“Ma perché le fai bere il caffè, non sai che le fa male?”

“Vedo che sai già tutto. È colpa mia e fine della storia. Posso entrare a vedere cosa è successo?”

“Tu fai tutto a modo tuo, non capisci di cosa ha bisogno”.

“Tu la mamma non la conosci per niente. Non le parli mai”.

“Io non ho tempo, ho una figlia di tre mesi. Lei è contenta di avere una nipote, tu invece vuoi accontentarla con un caffè. Sei un egoista, sei come papà”.

“Io sono come tuo padre, infatti non mi sposo così non rovino un’altra famiglia”. Non riuscivano quasi mai a incontrarsi senza litigare per qualcosa. E qualunque cosa fosse lui finiva in ogni caso per avere torto, allora a un certo punto non parlava più, anche se il fratello continuava a dire la sua finché non si sentiva soddisfatto del discorso e concludeva la discussione convinto di avere ragione.

In ascensore non si rivolsero la parola. Parlando col medico capirono subito che non era niente di grave, era stato soltanto il caldo. Il fratello andò via dopo pochi minuti, lui restò. Tornò nella stanza, la mamma era seduta sul letto ad aspettarlo, stava bene.

“Perché sei andata fin lì, se hai bisogno di qualcosa puoi chiederlo a me”.

“Volevo solo prendere una macchina per l’espresso così al mattino posso farlo da sola il caffè”. Lui non commentò.

“Andiamo, hanno detto che puoi tornare subito a casa”.

Fecero tutto il viaggio di ritorno in silenzio, si sentiva solo il rumore del motore. La accompagnò di sopra e la aiutò a distendersi sul divano in salotto “Avete litigato, vero?”

“Come al solito, non ti preoccupare”.

“Voi due non siete mai andati d’accordo”, disse lei con gli occhi chiusi e la testa sul bracciolo del sofà, “tuo fratello non ti capisce, ha un’altra mentalità. Assecondalo un po’, tu sei più intelligente”.

“Ti accendo la televisione e vedo che cosa c’è in frigo, così ceniamo”. Se ne andò in cucina.

Dopo due settimane di caldo infernale era finalmente arrivato settembre e quella mattina l’aria era tiepida e sottile, si correva leggeri, quasi senza sforzo. Alla vibrazione del telefono non tornò indietro, non aveva voglia di smettere. Avrebbe fatto tardi, ma non gliene importava niente, la sensazione di leggerezza l’aveva preso anche nel pensiero. Dopo un’ora e mezza di giri nel parco andò direttamente da sua madre, senza passare da casa. Era agli ultimi gradini prima del pianerottolo e sentì un intenso odore di caffè. Pensò che venisse dall’appartamento accanto. Entrò in casa e il profumo si fece più forte. “Oggi senza cannella”, disse la madre.

“Sei riuscita a svitare la macchinetta?”

“Ci ho provato e ci sono riuscita subito, non mi sono sforzata molto”.

Presero il caffè in salotto, come al solito “Ieri tuo fratello mi ha detto che ha telefonato papà”.

Lui rimase in silenzio e inspirò nervosamente. Scosse soltanto la testa e con un sorso finì il caffè.

“Io vado, sono in ritardo”.

“Vai, tesoro. Non ti devi più preoccupare per me”, disse sorridendo, “il caffè posso farlo da sola”.

“Ci vediamo domani”, rispose lui, “e ci penso io al caffè, ché tu lo fai troppo forte”.

Share

About Author

scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. Bellissimo!!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.