Approfondimenti Rivista — 03 giugno 2013

Immaginiamo di affacciarci alla finestra, il sole sta ormai tramontando e nel palazzo di fronte notiamo luci, volti sconosciuti; ascoltiamo risate che non vengono riconosciute dalle nostre orecchie, qualcuno urla, una bambina piange perché il fratello le ha appena rubato la sua bambola preferita.

Il rumore dei piatti annuncia l’imminenza della cena ed una luce si accende improvvisamente in una stanza prima completamente buia: e noi, unici spettatori, ci infiliamo silenziosi fra l’intreccio misterioso di quelle abitudini, di quelle vite che in realtà ci appaiono inconoscibili.

Curiosi vorremmo scoprire perché la ragazza dai capelli biondi sta inveendo al telefono e ha disegnata sul volto un’aria frustrata e perché quell’anziano signore se ne sta tutto solo su quella sedia al balcone, scrutando l’orizzonte.

Questo sicuramente ha spinto Chris Ware a creare e ad autofinanziare il suo progetto che prende il nome di “Building Stories”: una scatola, molto simile alle nostre capsule dei ricordi, dove sono conservati frammenti di esistenza dei personaggi.

Da quasi l’impressione di trovarsi di fronte ad un gioco da tavola, un puzzle al quale dobbiamo dare un senso, unendo, mano mano che andiamo avanti, ogni singolo episodio.

Dopo l’esperimento di Jimmy Corrigan, storia sviluppata dieci anni fa, con la stessa metodologia del nuovo volume, che però tradisce un’insicurezza di fondo dell’autore, forse ancora non troppo convinto della riuscita del progetto, approdiamo a Building Stories, un libro che mette davvero alla prova la sensibilità e l’intuizione del lettore.

Si entra a far parte della storia di una giovane ragazza a cui è stata amputata una gamba e attraverso reminiscenze e flashback che ci vengono somministrate, si viene ricostruendo la sua vita: certamente l’impegno nella ricostruzione, l’aggiunta di spin-off, che raccontano dell’anziana vicina di casa, la descrizione di luoghi, inizialmente privi di senso e che in seguito avranno un’importanza rilevante, assorbono l’attenzione del lettore come un panno da cucina.

Inoltre il bouquet di immagini, la compulsiva ossessione per i dettagli, a volte pittoreschi e scabrosi, che accompagnano ogni avvenimento, come ad esempio i pantaloni troppo stretti sulle gambe di una donna grassa, che in seguito si rivelerà protagonista di una delle mini storie, che insieme alle altre completa il quadro generale, il colore particolare dei genitali maschili, gli occhi paurosi e vacui degli anziani ed altre strane particolarità, contrariamente da come potrebbe sembrare, non fanno altro che aumentare la nostra curiosità spingendoci ad afferrare un bisturi e a sviscerare nel profondo ogni angolo delle circostanze proposte.

Ware ha dimostrato con originalità e forse un pizzico di bizzarria come sia possibile re-inventare la letteratura, è riuscito a far confluire nella stessa provetta due liquidi chimicamente opposti: la razionalità e il ragionamento, che sta alla base della ricostruzione della Building stories, e l’intricato tratteggio di situazioni umane apparentemente surreali m a così palesemente attigue a quelle da noi vissute.

“La vita o si vive o si scrive”, affermava l’illustre Luigi Pirandello, ma forse Ware ci ha dimostrato che nel nostro piccolo ognuno di noi, inconsciamente, conservando lettere, adesivi, post-it e foto nel proprio cofanetto, non fa altro che dar vita ad un libro, più difficile da sfogliare e forse privo di linearità, ma che mostra limpidamente la scomposizione della nostra esistenza.

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