le interviste Rivista — 14 agosto 2013

 

Ancor meglio che tramite la fotografia, grazie alla poesia si è in grado di immortalare un istante, uno stato d’animo, una sensazione, senza perderne però la percezione originaria, la spontaneità tramite cui nasce e diventa eterna.

Riccardo Vecellio Segate ci racconta la sua raccolta di versi poetici Teneri e Precari:

teneri

 

  1. Teneri e Precarî è il titolo scelto per la sua raccolta di poesie. Da dove nasce l’idea?

Quella di pubblicare un primo libro che compendiasse i miei primi sei anni di poesia, è stata un’idea nata per caso, ma che poi ha preso forma molto velocemente nonostante le difficoltà di ricerca e scelta di un editore in cui riporre la mia fiducia. Tutto ha avuto origine dall’incontro con una grande poetessa italiana, Ninnj Di Stefano Busà, che mi ha esortato a prendere questa decisione; avevo già incontrato la Di Stefano anni prima, quando mi aveva premiato in un concorso a La Spezia e due anni più tardi in un altro a Milano. Queste affermazioni mi avevano dato fiducia, e a un certo punto avvertii che l’ora era giunta. Non so come ben spiegarlo, ma penso che momenti come questi “si avvertano”, non siano cioè esclusivamente conseguenze di un disegno razionale. Sono sempre stato abbastanza istintivo, anche nel pianoforte, a scuola e nelle relazioni con gli altri, almeno fino a poco tempo fa; l’unica cosa che non si può improvvisare è la costanza nell’impegno, i cui risultati si apprezzano solamente a lungo – talora lunghissimo – termine. Questo libro vuole essere un punto d’approdo, e dunque “una conclusione”, ma al contempo uno slancio verso nuove frontiere, più alti obiettivi. Per quanto concerne invece il titolo della raccolta, la ragione è presto spiegata: Teneri e precarî è anche il titolo della lirica centrale del libro, scritta a 15 anni. Centrale “anagraficamente”, sì, ma soprattutto a livello tematico: in essa infatti coesiste un motivo sociale e un’urgenza personale, umanità e individualismo insieme, inseparabilmente correlati; la lirica tratteggia, con un registro linguistico volutamente al limite del fiabesco, la piaga dell’abusivismo minorile. Allo stesso tempo, è metafora della condizione più generale che si ritrova a vivere un ragazzo di questi anni, una situazione – per l’appunto – tenera ma intrinsecamente precaria. Una precarietà costituita d’incertezze, disillusioni e paura di ciò che accadrà domani.

  1. Ci spiega brevemente quali sono i tratti peculiari dei versi da lei elaborati?

In primo luogo, sono versi in cui la forma s’adatta al contenuto, e non il contrario. Fortunatamente qualche genio negli ultimi tre secoli di letteratura italiana ha ben pensato di svincolare la poesia dagli schemi classici fatti di accenti, rime e sillabe troppo meccanicamente misurati. È bene precisare che elementi come le cesure, o gli accenti, o le rime, non scompaiono nei componimenti liberi, ma “si nascondono” meglio: sono utilizzati in funzione espressiva, non per vetuste e accademiche ragioni metriche. Matematica e poesia hanno in comune la necessità pressante d’inquadrare la realtà, di riuscire a spiegarla, a renderne evidenti i meccanismi più reconditi e celati, non certo la conta d’accenti e sillabe! La musicalità del testo poetico è componente non solo primaria, ma addirittura costitutiva; nei componimenti liberi perciò non scompare, ma si traveste in mille soluzioni diverse, gioca con le parole e con le loro sfumature fonico-semantiche. Si tratta di corrispondenze più segrete, meno immediatamente decifrabili, ma di grande gusto. In secondo luogo, ho sempre ritenuto giusto alternare testi più personali a testi dal respiro maggiormente corale, collettivo, misurato sulle ansie e le preoccupazioni dell’intera umanità, o del genere umano nella sua comune radice identitaria.

  1. Perché un appassionato di poesie dovrebbe scegliere di leggere Teneri e Precarî?

Prima di tutto perché è il coronamento di un percorso precoce ma comunque impegnativo, il che non è cosa scontata: pubblicare un libro a 18 anni non significa necessariamente avere un percorso di ricerca alle spalle meno interessante, o meno approfondito. Si tratta di una parentesi embrionale, ovviamente, di un tratto d’esistenza dai bordi perennemente precari, ma forse proprio da questo deriva il suo fascino: cercare i significati complessi del vivere, da ragazzi è assai più difficile, e più acerbo, ma anche più svincolato da schemi preconfezionati. Ragionare sull’esistenza a 12 anni è certamente diverso che farlo a 50, ma è comunque possibile: Teneri e precarî è sostanzialmente un sentiero di crescita, letteraria ma soprattutto umana. E le due cose si compenetrano, pur non procedendo perfettamente allo stesso ritmo: si matura, ci si dà del tempo per interiorizzare la crescita e – solo in un secondo momento – la si traduce in parole; in questo s’esplicita lo sfasamento temporale tra “le due crescite”. Scegliere di leggere Teneri e precarî significa provare a comprendere quale possa essere l’impatto delle situazioni e dei sentimenti sulla sensibilità di un non-adulto: non a caso nel libro sono trattati svariati temi di natura sociale e civile. Si tratta di tematiche che lasciano tracce indelebili sulla personalità, che suscitano domande serie, talvolta terribili. E terribile è il fatto che a porsi certe domande debbano essere anche i bambini.

  1. Viviamo una fase storica in cui la letteratura viene spesso bistrattata, e la poesia è una delle categorie più colpite da questa tendenza. Cosa ne pensa?

Qualcuno sosteneva che la poesia vada protetta dalla proliferazione: lo penso anch’io! Il problema non è quantitativo: di poesia in fin dei conti, soprattutto in Italia, ce n’è anche troppa; il che non significa che gli italiani amino acquistare o almeno leggere sìllogi poetiche, ma che ne venga scritta e pubblicata troppa, a qualunque livello e per qualunque destinazione. C’è la poesia del bambino alla recita di Natale, quella del lettore che s’improvvisa poeta sulle pagine d’una rivista locale, quella che accompagna una processione religiosa o quella scritta in un post di Facebook come dedica all’amica del cuore. Sono tutte espressioni apprezzabili e da tutelare, intendiamoci. Ma attenzione ai termini: una cosa è la poesia, un’altra è la filastrocca, un’altra ancora è la semplice composizione di qualche verso senza pretese legato da rima. Mi sono permesso di pubblicare un libro perché – in relazione all’età – ho prima compiuto un “percorso di tirocinio”, un’esplorazione autentica di ciò che avrei voluto trasmettere; nonostante questo, so che non basta, chissà ancora quanto dovrò leggere, e studiare, e tentare, e magari pure sbagliare, per migliorare la resa di ciò che scrivo! Attenzione dunque al presupporre un “diritto di scrivere” sancito a priori, e da sfruttare a qualunque costo: bisogna prendere la penna in mano solo quando si ha qualcosa da dire, e attribuire le corrette denominazioni ai prodotti letterari. Nella prosa il discorso è più evidente: si sa benissimo che alcuni “autori” anche di successo pubblicano un po’ di pagine stampate giusto per il gusto di vendere (basta delineare una trama scontata sui teenagers, condirla con un po’ di violenza e un po’ di sesso, ed è fatta). Ma allora che la si chiami “editoria commerciale di consumo”!

  1. Quale valore hanno le poesie al giorno d’oggi e quale dovrebbero avere?

La poesia dovrebbe tornare ad essere considerata e valorizzata come la regina delle arti letterarie; non in base a chissà quali strani “diritti di nobiltà” per la sua preziosa storia e per il suo deciso impatto sulla nostra letteratura nazionale (quasi tutti i grandi personaggi che si studiano al liceo sono ricordati per la poesia, almeno fino all’Ottocento), quanto perché è l’espressione comunicativa e insieme introspettiva che meglio riesce a porre in relazione proficua le innumerevoli sfumature del nostro pensare e soprattutto del nostro “essere”. In un certo senso la poesia è un concentrato di ciò che siamo; che siamo tutti – sottolineo, tutti – nessuno escluso! Per questo senso di appartenenza che possiamo riscoprire leggendo Omero o Dante, Foscolo o Montale, la poesia è davvero la testimonianza verbale eterna per eccellenza. D’altronde la funzione eternatrice della poesia era ben nota ai poeti anche secoli fa… Ora la prosa sembra aver polarizzato il mercato, alcune librerie non hanno nemmeno un piccolo reparto dedicato all’arte dei versi. Questo è molto grave, perché equivale a dimenticarci di ciò che siamo oggi grazie a quello che siamo stati ieri; si perde facilmente la rotta, non recuperandola più; si cede terreno al nichilismo, al consumismo, alle letture da spiaggia. È un po’ come dire: il vincitore di Sanremo presumibilmente tra un secolo non si ascolterà più, mentre Mozart… beh, lo si sente ancora oggi, no? Eppure è stato buttato in una fossa comune, più di due secoli fa… Riassumendo: ascoltiamo anche Sanremo, ma non dimentichiamoci di Wolfgang Amadeus! Mai.

  1. Qual è il ruolo del poeta oggi, in confronto ai tempi andati?

Mi pare un po’ troppo di nicchia, quasi eremitico. Troppo autoreferenziale, nel senso che sono forse venuti a mancare i cosiddetti “movimenti”. V’è una grande dispersione, e di questa – francamente – faccio parte anch’io; intendo dire che si fa fatica a identificarsi con un sentimento poetico di più ampio respiro, condiviso da più artisti. Un po’ perché il “ritirarsi in sé stessi” in questi ultimi decenni ha preso il sopravvento nel panorama dell’arte colta, un po’ perché la tanto citata globalizzazione ha – anche nella poesia – sterilizzato molte differenze tra zone geografiche, pensieri, codici etici e culturali. Questo è un danno enorme, e non sarà facile delineare grandi scuole di pensiero capaci di assimilare personalità così simili e, stranamente, anche così arroccate… Vi sono poi alcuni intellettuali impegnati in prima linea per i propri Paesi, come la brasiliana Márcia Theóphilo – candidata al Nobèl – che combatte contro lo sfruttamento della foresta amazzonica e l’impoverimento del suo habitat. Ho avuto l’onore d’averla come relatrice alla prima presentazione di Teneri e precarî, presso la Biblioteca Civica di Verona, e sono rimasto ammaliato dalla sua instancabile capacità di utilizzare la poesia come strumento “politico” in difesa dell’uomo e dell’ambiente naturale.

  1. Come nasce la sua passione per la poesia?

Quella per la letteratura in generale, e la poesia in particolare, scaturisce da un’inesauribile necessità di conoscere sempre più a fondo la realtà che mi circonda, arrivando a poterla apprezzare da differenti angolature. Ho sempre letto tantissimo, riscontrando nella lettura un veicolo di sapere piacevole e stimolante, potenzialmente infinito. La poesia, poi, incorpora interpretazioni del mondo e dell’esistenza assai affascinanti e talvolta di elevata complessità, che aiutano ad apprezzare ed esplorare tutto ciò che sta oltre la pellicola d’apparenza delle cose; in un certo senso, la poesia ricama significati intorno agli oggetti sostituendo quei ricami alle false pellicole esteriori precedenti… Nel mio caso, la passione per l’arte poetica s’è affiancata naturalmente, senza forzature, negli anni, a quello che è sempre stato il mio principale campo d’azione: la musica. L’arte delle parole e quella dei suoni sono linguaggi che dialogano con forza, che si cercano, che da sempre sono vissuti e indagati insieme: viene spontaneo dunque che dall’amore per l’una nasca una sorta di curiosità verso l’altra!

  1. In che modo crede che vadano apprezzati e valorizzati maggiormente lavori come il suo?

In primo luogo portandoli all’interno delle istituzioni scolastiche, e mi riferisco prioritariamente alle scuole medie e superiori. Solitamente queste scuole hanno una vasta attività formativa extracurricolare, ma è sempre prestata dai “grandi” ai “piccoli”, dall’alto al basso: si tratta di informazione e istruzione verticale, pressoché monodirezionale, il che va benissimo, per carità. Ma ritengo che se alcuni ragazzi avessero la possibilità di parlare ai propri coetanei della realizzazione di alcuni grandi progetti in àmbito artistico e culturale, gli studenti si sentirebbero più proiettati verso l’identificazione e la “voglia di fare”: notare coetanei che, con sacrifici e tenacia, realizzano alcuni propri sogni, spinge gli altri giovani a impegnarsi alla stessa maniera, perché hanno la prova che ne vale davvero la pena. Avere a scuola la conferenza di un Premio Campiello o di un Premio Strega è bellissimo, ma efficace solo fino a un certo punto; sono personaggi troppo distanti, troppo collocati “in un’altra età”. Le scuole dovrebbero avere il coraggio di chiamare gli studenti a parlare agli studenti. Molti lo farebbero solo per entusiasmo, sarebbe anche un risparmio economico… In questo modo, un lavoro come il mio, potrebbe davvero essere valorizzato. Non m’interessa vincere concorsi letterari internazionali se poi la diffusione non avviene tra chi ha in mano il mondo di domani… Il talento di un giovane non deve mai suscitare paure o invidie, ma anzi essere condiviso: in tal maniera, molte più persone saranno portate a scoprire il proprio, di talento. Credo molto nella potenza di questa “energia” collettiva giovanile, quando è votata alla positività!

  1. In quali termini vorrebbe che degli spazi online, siti e magazine letterari, dedicassero più attenzione alla poesia?

Anche in questo caso, vorrei porre l’accento sul fatto che quello quantitativo è davvero l’ultimo dei problemi. Di poesia online ve n’è a dismisura, la mole è quasi “soffocante”. Manca l’interazione, la multimedialità, l’approfondimento e – anche qui – lo spazio ai giovani. Potrebbe essere un’idea scegliere una poesia al giorno scritta da un under 30 e pubblicarla sui siti di ogni quotidiano importante, con qualche lode d’apprezzamento o anche – perché no – delle critiche. Purché tutto sia costruttivo e ci faccia riscoprire la meraviglia dei versi ben scritti.

  1. Progetti per il futuro?

Il futuro è quanto di più spaventoso e al contempo irresistibilmente affascinante esista nella vita. Alla mia età solitamente, al termine degli studi superiori, si ha un momento d’incertezza e riconsiderazione dei percorsi affrontati: vale anche per me, naturalmente. Di sicuro però non rinuncerò mai alla gioia e alla tensione che si prova stando sul palco a suonare davanti a un pubblico, o a veicolare emozioni e tasselli di vita attraverso le parole: senza musica e letteratura, in sostanza, non credo potrei essere felice! Tra i miei sogni in merito, v’è quello di scrivere un saggio che accosti l’arte poetico-musicale alla scienza, e un romanzo storico incentrato sull’epoca medievale, che esercita su di me un’enorme attrazione. Grazie alla musica vorrei continuare a viaggiare, relazionandomi con culture distanti dalla mia, provando a comprendere quali siano gli oscuri meccanismi che permettono al mondo attuale d’essere dilaniato da conflitti e povertà. Sono molto interessato alla direzione d’orchestra, e al canto corale: sentire il respiro divenire suono è un’emozione stupenda. Altra esperienza che vorrei maturare è quella di paroliere: ho già avuto qualche approccio a questo settore, ma mi piacerebbe affrontarlo a livello professionale; sono molto aperto nei confronti della musica cosiddetta “non colta”, e credo che la canzone leggera italiana debba ritrovare un perno centrale nelle sfumature dei testi: quelli di oggi sono quasi sempre un groviglio di banalità, stereotipi, frasi fatte, rime elementari, immagini abusate. Se già i temi sono sempre gli stessi (com’è normale che sia: sempre si canterà, scriverà, parlerà di amore, amicizia, morte ecc.), occorre che almeno i tratti incaricati di descriverli siano originali, ricercati, particolari; solitamente non sono un nostalgico, ma rimpiango i decenni d’oro di Battisti, De Andrè, Guccini, Renato Zero: le loro canzoni possono piacere o non piacere, ma di certo sono immortali. Perché i testi hanno un significato profondo, che valica le strette consuetudini e contingenze dell’epoca di composizione. Altra aspirazione futura sarebbe quella di divenire un ambasciatore del mio Paese o un alto funzionario di un’organizzazione non governativa; sono consapevole però che la strada da percorrere sarà disseminata di ostacoli. La vivrò col mio solito entusiasmo, sperando di esserne all’altezza. 

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