News Rivista — 28 gennaio 2014

“Mi chiamo Jordan Belfort. L’anno in cui ho compiuto 26 anni, ho guadagnato 49 milioni di dollari, cosa che mi ha fatto incazzare, perché ne mancavano solo tre e avrei ottenuto una media di un milione a settimana”.

Questa è sicuramente una delle frasi emblema del nuovo capolavoro diretto da Scorsese e interpretato da un impeccabile DiCaprio, ormai vicino al meritatissimo premio oscar. In neanche  tre righe il “vecchio” lupo di Wall Strett, Jordan Belfort, ci informa come già alla sua tenera età poteva vantare un guadagno di cifre astronomiche. Se volessimo proseguire in un excursus di frasi significative per descrivere il film, probabilmente non basterebbe questo articolo per spiegare seraficamente, con poche parole, il mondo degli eccessi che si nascondeva dietro a questi uomini in doppio petto. Siamo sul finire degli anni ‘80 dello scorso secolo, il posto è sempre quello, ovvero il “Paese delle grandi occasioni” così tante che sembrano da non finire mai. Lui è un giovane promettente broker, proveniente da una famiglia umile e con genitori commercialisti. Appena 22enne decise di trasferirsi direttamente a Wall Street, nell’unico posto dove avrebbe potuto far emergere le sue nobili ambizioni da broker, e qui il passo verso il successo fu assai breve: dopo poco tempo si mise in proprio e con la collaborazione di validi aspiranti broker che costituiranno il suo “cerchio magico”, come nel film viene definito, riuscì a mettere in piedi una società, la Stratton Oakmont,  che nel giro di qualche anno divenne tra le più importanti nel mercato finanziario americano con utili da milioni e milioni di dollari. Fin qui niente di strano, sembrerebbe una semplice ascesa al potere di un giovane e ambizioso broker di successo, ma il punto chiave della storia che da un affascinante libro autobiografico è diventato uno dei principali film candidato a ben 5 “statuette”, sono i metodi a dir poco legali, per usare un eufemismo, e il mondo sregolato, fatto di qualsiasi tipo di eccesso, che vi si nascondeva dietro.  Se pensate di aver visto tutto nel nostro “Romanzo Criminale”, ottimo romanzo di De Cataldo divenuto prima film grazie a Placido e poi  serie tv grazie a Sky e al bravissimo Sollima, la coppia Scorsese-DiCaprio è ben felice di farvi ricredere immediatamente. Sesso di ogni tipo, assunzione di droghe come se non ci fosse un domani, banconote che accompagnano ogni fase della loro giornata, che erano onnipresenti nella vita quotidiana dei protagonisti e venivano utilizzate per qualsiasi tipo di scopo. Queste sono le immagini che più restano impresse nella mente appena usciti dalla sala, ma come se non bastasse anche il linguaggio raggiunge un estremismo mai visto prima in un film con quelle 567 variazioni della parola “fuck” che ne fanno un record; inoltre tra i sempre presenti sulla scena ci sono anche lusso e spreco che si rincorrono in una folle gara dell’eccesso rivolta allo sfarzo e a quella sete di potere che sembra non finire mai. Ma “The wolf of wall street” è solo questo? Assolutamente no. La bellezza del film che va di pari passo con la genialità di Scorsese e la magistrale interpretazione di DiCaprio, è una rappresentazione della realtà così com’è senza veli o censure ( anche se in molti paesi, soprattutto mediorientali, sono state bandite alcune scene ritenute troppo eccessive). Il vero Jordan Belfort,  durante lo sconto dei sui 3 anni in una prigione federale, decise di condividere la sua assurda storia dando vita ad un libro autobiografico. Ecco appunto un libro, la vera e unica sceneggiatura di questo film. Solitamente quando un libro si trasforma in pellicola viene naturale effettuare un banale confronto tra le due versioni e in questa sorta di “competizione” il  luogo comune più frequente è come il film non riesce quasi mai a portare sul grande schermo la descrizione, la narrazione e l’emozione che resta nella testa e nel cuore dopo aver letto il libro. In questo caso ad essere trasformato è un libro autobiografico che ebbe un discreto successo negli anni in cui venne editato. La storia è il racconto di vita di Jordan Belfort, meglio noto come “The Wolf of Wall Street” espressione coniata dal magazine “Forbes” che lo descrisse così alla fine degli anni ‘80.  Il lupo di quel pazzesco posto che è il cuore pulsante della finanza mondiale: Wall Street.  La metafora sembra essere piuttosto azzeccata visto che è proprio quella “fame” tipica di un lupo che gli ha permesso la “gloriosa” ascesa verso il potere e la ricchezza. L’idea del libro nasce in Belfort durante gli anni passati nel carcere federale; trentasei mesi di reclusione, invece dei venti anni che inizialmente gli erano stati assegnati, una riduzione considerevole per aver collaborato con l’FBI e aver così assicurato alla giustizia americana tutti i suoi discepoli finanziari. Tornando al “duello” film vs libro si può decisamente affermare che per quanto alcune scene possano essere state romanzate o estremizzate, l’evergreen Scorsese ha rispettato ampiamente le linee guida tracciate dalla biografia. Il racconto nel film risulta essere come quello del libro, lineare dall’ascesa al tramonto, dagli eccessi fino alla fine della “favola miliardaria” gli anni nei quali si evince il profilo di un uomo che era fondamentalmente e paradossalmente solo. Proprio su questo punto si è divisa la critica: difatti c’è chi afferma come il film non abbia rispettato il racconto di Belfort, soprattutto quando questi fa riferimento ai suoi ultimi anni, al periodo della sua decadenza e alle vittime truffate. Però  c’è anche chi afferma che il duo Scorsese-DiCaprio sia stato fin troppo clemente con il racconto, tralasciando dettagli del libro che avrebbero potuto mettere ancora più in cattiva luce quel mondo (se mai fosse possibile realizzare scene ancor più “pesanti” di quelle del film). La sensazione è che  il film risulta essere un prodotto ampiamente riuscito in grado di rispettare quasi completamente il libro verità di Belfort,  ma soprattutto si capisce come alcune volte i luoghi comuni possano lasciar spazio alla bravura degli artisti e alla realtà spietata che è quella notoriamente dei libri autobiografici.

Daniele Renzi


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