News Rivista — 13 settembre 2013

È superba, autoritaria e anticonformista. La sua ambizione le è valsa quattro Polk Award George, cinque premi Overseas Press Club e 10 Nazional Magazine Awards. La sua caparbietà ha fatto di lei la donna che ha restituito al successo tabloid e giornali sull’orlo del tracollo. La sua arroganza e aggressività le hanno procurato una corposa schiera di nemici e sabotatori. Nel mondo dell’editoria e del giornalismo è conosciuta come la “lady di ferro”, ma lei preferisce essere chiamata la “Stalin sui tacchi”, perché -come un dittatore- non lascia mai una terza via tra l’amore e l’odio. Il suo nome è Christina Hambley Brown -meglio conosciuta come Tina Brown- e il 2013 la saluta come l’ultima vittima della crisi del mercato editoriale.

Tina Brown -oggi signora Evans- è nata il 21 novembre 1953 a Maidenhead, in Inghilterra, ma è cresciuta a Little Marlow, nel Buckinghamshire, un villaggio sul Tamigi nella campagna ad ovest di Londra. Figlia d’arte -il padre, George Hambley Brown è stato una figura di spicco nell’industria cinematografica britannica; la madre, Bettina Iris Maria, fu prima assistente del grande produttore, direttore e attore britannico Laurence Olivier, poi corrispondente per una rivista in lingua inglese per gli immigrati in Spagna- Tina sembrava destinata a un futuro certo tra le stelle del Regno Unito; ma il suo spirito libro e irrequieto, di lì a poco, l’avrebbe portata ben più lontano dell’immaginato, all’altro capo dell’emisfero, negli Stati Uniti, dove sarebbe diventata una delle donne più in vista d’America. Costantemente sopra le righe, definita dal preside della sua scuola “un’influenza estremamente sovversiva” ed espulsa da 3 college, all’età di 17 anni approdò all’Università di Oxford, dove si è laureata presso il college di Sant’Anna in Letteratura Inglese. La sua passione per la scrittura e il suo talento innato si rivelarono già negli anni in cui era soltanto una matricola: la collaborazione con Iside, la rivista letteraria dell’univerisità, le procurò numerose collaborazioni con il giornalista Auberon Waugh, che affiancò in numerose interviste; la stesura dell’atto unico “Under the Bamboo tree” le permise di guadagnare il suo primo riconoscimento nazionale, il Sundey Times; il suo scritto teatrale “Happy Yellow”, messo in scena al Royal Academy of Dramatic Art, la presentò al grande pubblico.

La sua gloriosa carriera ebbe inizio solo dopo la laurea, quando, intrapresa una collaborazione giornalistica con la rivista letteraria Punch, iniziò a inviare contribuiti freelance per The Sundey Times e The Sundey Telegraph, che le valsero il Premio Catherine Pakenham come miglior giornalista under 25. Il suo nome, tuttavia, viene più frequentemente associato ad altri magazine ben più noti e fortunati: Tatler, Vanity Fair, New Yorker e il -per lei fatale- Daily Beast.

Quattro nomi, quattro giornali, uno stesso punto di partenza: il ri-inizio. Sì, perché quando Tina Brown fu chiamata per dirigere prima il Tatler, poi le altre tre riviste, le condizioni erano tutt’altro che floride: ognuno di essi, per sopravvivere, aveva bisogno di un impellente restyling. E lei, come Re Mida, che trasforma in ora tutto ciò che tocca, uscì indenne dalle missions impossible, toccando la vetta delle classifiche dei giornali più letti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.Tatler, da polveroso tabloid di gossip inglese, acquisì le fattezze di una patinata rivista contemporanea. Vanity Fair, vittima della grande depressione del ’39, dopo l’assorbimento da parte di Vogue e la cessazione delle pubblicazioni, divenne un editoriale dall’enorme successo commerciale. Da “pretenzioso, privo di senso dell’umorismo, non troppo intelligente, ma solo noioso” – così come lo aveva definito la Brown stessa- è divenuto il giornale con le migliori firme e i miglior scatti in circolazione. Noto per le sue copertine provocatorie -si pensi che, nell’ottobre del 1990, a due mesi dall’inizio della prima guerra del Golfo, si decise di sostituire la foto di Marla Maples, una bionda, con quella di Cher perché “alla luce della guerra del Golfo, una bruna è più appropriata”- e per gli articoli accusatori -famoso è la denuncia all’industria del tabacco intitolato “The Man Who Knew Too Much”- oggi registra numeri da capogiro: con alla guida la Brown è passato da 200 mila a 1,2 milioni di copie. New Yorker, da irriverente, di tocco leggero e celatamente letterario divenne “celebre e soffocante”. La sua direzione valse le dimissioni di due giornalisti di punta, George Trown e Jamaica Kincaid, ma procurò l’assunzione di 79 impiegati e 50 scrittori ed editori, tuttora in servizio.

Sorte diversa per il Daily Beast, il quotidiano d’informazione online, eletto dalla rivista Time, nel 2010, tra i 5 siti web milioni al mondo. Complice il gossip alto proposto, nel primo anno di vita, il magazine catturava milioni di visitatori: 15 milioni di utenti unici al mese. Il team della Brown sembrava aver retto il colpo anche di acquisti sfortunati, come la storica rivista Newsweek, rilevata nel 2010 dal gruppo Iac editore del sito. L’operazione fallimentare si è conclusa con la vendita del tabloid, ridotto a magazine online, ai neyorkesi di Ibt Media, ma il destino della Brown e della sua “Bestia Quotidiana” è ormai segnato: negli scorsi giorni, Barry Diller, magnate che controlla Iac, ha annunciato la sua intenzione a non rinnovarle il contratto, con scadenza fine 2013. The Daily Beast, nelle migliori delle ipotesi avrà un nuovo direttore; nelle peggiori sarà venduto o, addirittura, chiuso. Sul web le notizie sull’intenzione della Brown di fondare una nuova azienda, la Tina Brown Live Media, incentrata su “eventi live, panel, summit e conferenze”, dilagano. Che sia vero oppure no, qualcosa è certo: Tina Brown, la “Stalin sui tacchi”, un’impronta in questo mondo l’ha già lasciata.

 

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