Approfondimenti — 21 novembre 2012

Su questo sito si parla di politica il meno possibile, eppure non credo di dire una blasfemia se affermo che siamo un Paese capace di chiedere aiuto per risollevarci dalla crisi finanziaria agli “esperti” della tecno-finanza, quelli che il giorno prima del default di Lehman Brothers la valutavano con una tripla A!

Quindi perché Tomaso Montanari, dalle pagine del Fatto Quotidiano, si meraviglia del fatto (gioco di parole) che sul parterre del Teatro Eliseo, in occasione degli Stati Generali della Cultura oragnizzati dal Sole24Ore, ci fossero seduti molti di coloro che il settore culturale italiano lo hanno fatto a pezzi?

Scrive Montanari: “fa piacere sentire Giuliano Amato che riscopre l’articolo 9 della Costituzione: ma come non ricordare che l’ormai permanente blocco indiscriminato delle assunzioni dei giovani ricercatori italiani o dei soprintendenti fu inventato proprio da lui? E il danno è stato molto più grave dei pochi benefici ottenuti risparmiando su quei comparti strategici. Che il ministero per i Beni culturali sia “un morente ibernato” è verissimo: ma come non stupirsi che a dirlo sia uno dei congelatori, quell’Andrea Carandini che si precipitò a presiederne il Consiglio superiore quando Salvatore Settis sbatté la porta a causa del maxi-taglio da un miliardo e 300 milioni di euro disposto da Tremonti e subìto da Sandro Bondi?

E non parliamo dei ministri in carica: Lorenzo Ornaghi sale sul palco per dire “meno Stato e più privati”. Niente male per un ministro della Repubblica che dovrebbe invece difendere la dignità e i finanziamenti del sistema di tutela (un tempo) migliore del mondo. E quando un ragazzo gli urla: “Lei parla come un economista, non come un ministro della cultura”, il malcapitato ex rettore della Cattolica mormora che “non si può dire che questo governo non abbia fatto nulla per i beni culturali”. E invece è proprio così, tanto che Ornaghi non riesce a fare un solo esempio concreto”.

Sono o non sono la tecno-finanza paladina delle logiche del mercato e della difesa del liberalismo?

Trasformare la cultura in un settore che produce reddito è ingiusto, oltre che impossibile, visto che da che mondo è mondo non tutto si compra con il denaro. A quelli che sostengono che con la cultura non si mangia, sarebbe il caso di rispondere che a quanto pare non si mangia nemmeno con i mutui subprime, eppure il risultato che hanno prodotto lo stiamo pagando un po’ tutti.

Tuttavia gli Stati Generali della Cultura qualcosa hanno prodotto. Oltre ad aver ribadito la fortissima distanza tra popolo e istituzioni (votate dal popolo?), sintetizzata dai sonori “vergogna” provenienti dalla platea, hanno ribadito l’idea che la cultura è anche ricerca, e quindi sviluppo, che il patrimonio artistico e culturale va tutelato e che l’investimento fatto sulla cultura non produce reddito diretto ma fa in modo di produrre reddito in altri settori. Il Presidente Napolitano nel suo intervento ha sostenuto che in tempi di crisi si devono dire molti no, “ma alla cultura bisogna dire molti sì”. Molte delle persone che hanno potere decisionale in tema di cultura erano lì presenti in quel momento e non hanno potuto fare a meno di ascoltarlo. Parole al vento?

Daniele Dell’Orco

 

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