Approfondimenti Rivista — 18 febbraio 2013

Sui muri, su diari e quaderni, su Facebook e Twitter, tatuate dove si preferisce e persino nei cioccolatini. Frasi ad effetto e che sembrano raccontare un po’ di noi impazzano ovunque, ci piace sostituire le nostre timide parole con le affermazioni audaci di celebri personaggi. Spesso le ascoltiamo da altri e ne rimaniamo affascinati, oppure le troviamo nell’ultimo romanzo letto e non possiamo fare a meno di sottolinearle con un leggero tratto di matita. Finiranno immediatamente nello stato di Facebook o saranno trascritte sull’agenda per un uso futuro, le dedicheremo a qualcuno quando non avremo il coraggio di esprimerci autonomamente.

Associamo le citazioni a pezzi della nostra vita come di solito accade con le canzoni e i libri, caratterizzano momenti indelebili che rievocheremo ogni volta che quelle parole ci verranno suggerite, forse, per caso. Si tratta quindi non solo di un patrimonio culturale ma appartengono ad ogni singolo individuo che senta il bisogno di rifugiarsi dietro di esse.

Vero è che bisognerebbe citare queste parole con più consapevolezza, spesso usiamo impropriamente delle frasi estratte da un concetto più grande e complesso riducendole ad un significato minimo. Se associamo alla citazione un altro argomento contraddiciamo la persona stessa che per prima pronunciò, scrisse o espresse quel pensiero. L’uso improprio della citazioni è quindi comune e ampiamente diffuso ma è sicuramenrte meno grave dell’attribuzione erronea degli aforismi. Infatti moltissime delle frasi ad effetto che per tradizione attribuiamo ad illustri intellettuali, attori, idoli del passato, non appartengono affatto al repertotio della persona il cui nome compare dopo la chiusura delle virgolette. Nel web sarà facile trovare parole mai pronunciate dal personaggio a cui sono associate e, nella maggior parte dei casi la firma sarà di Albert Einstein, Oscar Wilde e Jim Morrison. Sarebbero questi tre gli autori più erroneamente citati, infatti gli aforismi senza una collocazione bibliografica certa vengono attribuiti ad essi nel 99% dei casi.

Nel vastissimo mondo delle citazioni è quasi impossibile individuare i falsi, eppure qualcuno aveva già preso a cuore la questione anni fa. “They Never Said It” è un vero e proprio dizionario di false citazioni che i due professori statunitensi Paul F. Boller e John H. George hanno ideato e compilato. Dall’indagine dei due sono emersi diversi falsi aforismi come quello attribuito a Goebbels (“quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”) in realtà appartenente a Hanns Johst. Più aggiornato e attuale è invece l’archivio di Aforismario.it, che raccoglie le citazioni attribuendole ai veri autori scartando quelle false. Il sito web è stato anche oggetto di un simpatico articolo della sezione Internet Club di “la Repubblica” del 20 gennaio scorso. L’archivio fornisce inoltre nozioni sull’origine più antica degli aforismi: la frase ” nel mondo dei ciechi l’uomo con un occhio solo è re” citata in Minority Report di Steven Spielberg è reperibile nella raccolta di proverbi in lingua latina di Erasmo da Rotterdam (Adagia). Il libro prima citato e questo sito web sono due esempi di come si può uscire dal tunnel delle false citazioni. C’è chi invece ha pensato a soluzioni più drastiche individuando nella tassazione degli aforismi un ottimo modo per far fronte all’uso sbagliato delle parole celebri. Dovremmo davvero pagare per citare delle parole che ci rappresentano, che ci danno belle sensazioni? Pensate se si dovesse pagare per tatuare sulla propria pelle una bella frase!

E’ giusto che la cultura sia tutelata e ne vanno assolutamente limitati gli usi errati, ma una banconota non racconterà la storia di quelle parole né metterà un limite alle emozioni che sanno darci. È di emozioni si parla, infatti, quella piccola parte di un discorso riempie le nostre orecchie di dolci suoni e il corpo di brividi. Il risultato è l’irrefrenabile voglia di condividere con il mondo intero la sensazione di essersi ritrovati in qualcun altro.

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