News Rivista — 30 agosto 2013

Gli italiani sono un popolo che dà il suo meglio quando si trova con l’acqua alla gola, questo si sa. Ciò può rappresentare un problema anche, e forse soprattutto, quando sanno di non potersi mai trovare in quella condizione.

Prova ne è il turismo.

Se ne parla molto, ma il panorama resta immobile nonostante i famosi “dati incoraggianti” che ci accompagnano da quando si è insediato il governo Letta. Da una parte lo specifico Ministero del Turismo fu annacquato dapprima in un non meglio definito ‘Ministero del Turismo e dello Sport’ (!), poi inserito solo come delega nell’attuale ‘Ministero dei Beni e Attività Culturali’ retto da Massimo Bray, il quale lancia appelli su problemi cui non può far fronte coi mezzi a disposizione.

Parallelamente si continua a speculare eccessivamente sulle città d’arte offrendo un servizio medio a costi esorbitanti, con negozi che chiudono sempre prima persino nella capitale (l’esatto opposto, Praga). Tanto, si dice, Firenze, Venezia e Roma ce le abbiamo solo noi e in fin dei conti sono quelle le realtà che contano per il turismo culturale… E così vediamo frotte di turisti che si aggirano smarriti per Torino, Bologna, Palermo, Pompei, ansiosi di trovare un consiglio, un appiglio che non sia quello delle guide, o servizi e manutenzioni decenti. E le lingue. Siamo un Paese che non ha mai imparato l’inglese sul serio, comunica poco e non affascina più umanamente, e questo è un dato rilevantissimo. Non venendo la cosiddetta “azienda Italia” più incontro a chi vorrebbe promozionare una fantasmagorica immagine unitaria del Paese, ogni realtà deve fare da sé. I piccoli centri si sforzano molto in quanto ancora spinti da necessità, ma come può funzionare una pubblicità autonoma se i grandi centri del turismo, quelli che devono giustificare un viaggio in aereo, offrono il minimo? Tutto è dato per scontato, e così succede che Roma venga surclassata da Berlino nelle preferenze, così come le nostre più commerciali spiagge dell’Adriatico, sempre più avare di movida non-discotecara, vengano surclassate da quelle spagnole.

Il problema, quindi, è di mentalità: non solo noi stessi non conosciamo né ci interessiamo dei beni artistici nascosti in ogni angolo del Paese, ma non abbiamo neppure ancora capito il potenziale di guadagno che rappresentano. L’individualismo, il non sapere fare squadra, è percepito come un problema solo calcisticamente, ed è invece ciò che ha fatto e farà affondare quello che avrebbe potuto diventare il primo Paese d’Europa, sia per immagine che per economia.

Dicono che a Venezia si è sbrigativi perché scoppia di turisti; allora, se proprio vogliamo mettere da parte l’etica, va precisato che persino una città così traboccante potrebbe trovare soluzioni per non essere ingolfata pur facendo aumentare ulteriormente il turismo, non costringendo gli ospiti ai panini e convogliandoli alle bellezze dei dintorni che non mancano.

Non abbiamo scusanti, siamo un Paese che delle scienze umane se n’é sempre fregato, la cosa pubblica è considerata terra di nessuno e le spese dei comuni le si accettano solo se si tratta di fare dei nuovi parcheggi.

La valorizzazione dovremmo farcela insegnare dai francesi. Ma forse, in fondo, è una regola naturale: chi ha troppo, per legge di compensazione, non ci sa fare. Così c’è spazio per tutti. Se proprio vogliamo accontentarci di una, un po’ forzata, consolazione.

Giovanni Modica

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