Approfondimenti Rivista — 20 marzo 2013

 

Immergersi in una storia è come esporre il proprio corpo a probabili colpi lasciando solo alla tensione del muscolo la possibilità di attutire la botta. Quanto può accadere dipende  dalla volontà di ognuno e da quegli eventi che si innescano come se l’origine umana si fosse elevata al divino, e nei casi peggiori, invece, cade nel diabolico.

Di seguito viene proposto un estratto di “Latte di cammella”, il romanzo di Mario Grasso, già intervistato dalla redazione di Scrivendo Volo. L’opera è una sorta di reportage in cui il giornalista Vanni Ossarg testimonia i mali del continente nero.

C’è un motivo per immergersi in questa storia, ed è lo stesso per cui ascoltiamo un uomo raccontarsi. La testimonianza insegna, diviene monito, avvertimento, progresso. Ecco perché vi viene proposto l’unico vero modo per iniziare.

Da questo estratto comincerete la lettura del romanzo, poi a voi la scelta se continuare a far parte di un contesto, di un’emozione attraverso gli occhi, la fantasia e la penna di uno scrittore.

“Sotto un grande albero diverse ragazzine erano sedute o accovacciate sulla terra rossastra, alcune intente a fare treccine ai capelli, altre ad ascoltare musica da un piccolo apparecchio. Sembravano serene. Li guardarono incuriosite. “Pota”, disse una di loro a mezza voce, e le altre risero di gusto.

“Pota significa ‘uomo bianco’ in krio”, spiegò Alessandro. “È una lingua creola, un miscuglio di dialetti africani e inglese, parlata da molti”, aggiunse.

Poco distante, un uomo stava aiutando una bambina a mettere sulla testa un fascio di legna, forse un po’ grande per quel corpo gracilino. La piccolina aveva uno straccio sulla testa, per separare i rami dai capelli, e manteneva le gambine larghe per avere una maggiore stabilità.

“È Jusu”, disse Alessandro. “Vive con noi e fa un po’ di tutto. Anche lui è un amputato. La moglie non si sa che fine abbia fatto. La bambina è Sidimba, sua figlia”.

Il giornalista non seppe trattenersi e, rivolto all’uomo, disse:
“Ma è troppo pesante per lei”.
L’uomo lo guardò con stupore e con l’aria avvilita, corrugando la fronte. Abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.
“È il mio papà, sa quanto peso posso portare”, intervenne la bambina, sorridendo e accarezzando con la sua manina quella del genitore.

La dolcezza di quelle parole spiazzò Ossarg, che evitò di ribattere. Li salutò frettolosamente.

Entrarono in una delle aule. Una ventina di banchi, disposti a isolette di quattro, una grande lavagna, le pareti tappezzate da disegni e immagini allegre. I bambini erano in ricreazione e c’era un grande silenzio. Un solo banco era occupato.

“Quella è Aminata”, disse Alessandro. “Ha dodici anni. Le hanno amputato il braccio sinistro quando aveva pochi anni. Non ha mai studiato e cerchiamo di farle recuperare il tempo perduto. Ha cominciato da poco”.

Vanni la guardò e fu come ricevere un calcio nello stomaco. La bambina aveva probabilmente fatto un errore con la matita e cercava di cancellare con la gomma, ma con un braccio solo non riusciva a tener fermo il foglio. Provò ad appoggiarvi sopra un piccolo vaso che era sul tavolo, ma il foglio continuava a muoversi. Provò a fermarlo con la testa, ma così non riusciva a vedere il punto da cancellare. Stese il foglio per terra e lo fermò con un ginocchio, ma mentre cancellava il foglio si strappò. Lo guardò con aria afflitta e i suoi singhiozzi sventrarono il silenzio. Si rifugiò fra le braccia di Alessandro, che l’accarezzò con un gesto paterno.

“Non ti preoccupare, Aminata, succede”, la rincuorò.
Si allontanarono per riprendere il loro giro.
“Imparerà presto a scrivere senza errori, ha capito che lei non può sbagliare”, commentò con amarezza. “Vieni, ti faccio vedere dove dormono”.

Le camere erano spaziose, spartane, pulite, ciascuna con tre letti a castello, un tavolo con sei sedie, un grande armadio e una libreria a vista contenente più oggetti che libri. Le pareti erano bianche, senza segni, e nulla era fuori posto. Un ordine quasi da caserma.

“Su questo piano ci sono dodici camere come questa. Al piano di sopra abbiamo quattro camere con due letti, per i ragazzi più grandi, e otto camere singole per gli insegnanti e il personale. La tua camera si affaccia sull’orto, è una delle più silenziose”.

Ritornarono giù e Vanni volle scusarsi con Jusu.
“Non volevo essere scortese prima, Jusu, scusami”.
“Non devi scusarti”, lo tranquillizzò l’uomo, felice per quelle parole, “volevi difendere una bambina e questo è molto bello. Qui, per tanti anni, i bambini valevano poco o niente”.

“Ti riferisci alla guerra, vero?”.
“Sì”.
“L’hai combattuta anche tu?”.
“Indirettamente, perché non ho potuto evitarla. Si combatteva

nei cortili delle case, fra conoscenti”.
Il suo sguardo si allontanò da quello del giornalista, per inseguire qualche lontano ricordo.
“I ribelli erano quasi sempre gente dei villaggi, conosciuti”, precisò. “Spesso erano parenti di coloro che andavano a uccidere o a tormentare senza un’apparente ragione, se non quella di creare un clima di terrore e paura e poter saccheggiare senza trovare resistenza.

Arrivavano con le jeep e, quando trovavano qualcuno che non aveva fatto in tempo a nascondersi dentro casa, gli tagliavano un braccio o una gamba. A volte, se gli girava, si limitavano a tagliare soltanto una mano o un piede. Tutto questo serviva a spaventare la gente, creare panico, in modo che nessuno si ribellasse. E la cosa funzionava”.

Nei suoi occhi Vanni vide passare una nuvola di paura che li inumidì.

“A me hanno fatto una manica corta, come la chiamavano loro, l’amputazione del braccio all’altezza della spalla. Non potrò mai portare una protesi”.

“Per fortuna è finita, è tornata la pace”.

“La pace non è solamente l’assenza di guerra, ma un’armonia sociale che qui ancora non c’è. Le conseguenze della guerra sono ancora molto pesanti”.

“Ma non avete ricevuto aiuti internazionali per la ricostruzione?”.

“Oh, sì. L’Onu ci ha destinato il più grande aiuto che abbia mai stanziato, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non so dire che fine abbiano fatto i soldi. L’unica cosa tangibile è il programma di recupero degli ex combattenti, per quello che vale”.

“Cioè?”.

“È un programma ingegnoso, ma solo sulla carta. I giovani frequentano un corso di tre mesi per apprendere un mestiere, dove ricevono anche gli strumenti per praticare la loro professione. Ma dopo il corso ricominciano i problemi, perché si ritrovano soli, senza riferimenti. E, non sapendo come sopravvivere, per affrontare le necessità più immediate, vendono gli strumenti e ripiombano nell’apatia o ritornano a vivere secondo le leggi della violenza: perché questi ragazzi hanno il litigio nel sangue e se l’occasione si presta litigano volentieri”.

Nei giorni successivi, Vanni raccolse la testimonianza di alcuni ex bambini-soldato ed ebbe la conferma che le cose raccontate da Sonia erano drammaticamente vere. L’incontro con Hassan lo colpì in modo particolare. Hassan aveva ventidue anni e faceva il volontario a tempo pieno in un centro di accoglienza per mutilati, un lazzaretto di catapecchie frequentato da un piccolo esercito di disgraziati in cerca di un difficile reinserimento sociale”.

 

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