Approfondimenti Rivista — 27 marzo 2013

Di seguito vi viene proposto un estratto di “Sofia-Il teatro della politica” di Domenico Cocuzzi, che abbiamo già avuto occasione di intervistare.

In questo romanzo, ambientato nel 2015, viene immaginato un futuro per la politica italiana.

Dopo l’attentato al Presidente del Consiglio, Silvio Berlin Pagliacci, si apre uno scenario in cui le paure e i compromessi si fondono con l’ambizione dell’uomo e allora tutto diviene caotico come un flusso di rifiuti insommergibili diretto verso la foce della massa.
Il Presidente si risveglia dal coma, ma dimostra un delirio di onnipotenza. Nessun filtro mentale frena più i suoi pensieri. Da qui partiranno una serie di attività ambigue di cui Silvio Berlin Pagliacci si farà protagonista.

Leggere un estratto è come dare un’opportunità, come ricevere una sorpresa inaspettata. Prendersi una breve pausa per scorrere almeno qualche riga ci da la sensazione, anche se breve, che il tempo non corra poi così tanto.

 

IL DELIRIO DI BERLIN PAGLIACCI

“Come va il nostro paziente oggi?”, chiese amabilmente il dottore.

Berlin Pagliacci lo guardò attentamente come se lo vedesse per la prima volta.

“Chi è lei? Si qualifichi. Potrà parlare solo dopo di me. Adesso mi ascolti e non mi interrompa, voi della stampa avete sempre il maledetto vizio di farmi dire cose che non mi passano per il cervello.”

“Mi scusi – cercò di dire timidamente il dottore – Non sono della stampa…”

“Ah, allora non ha capito? – rispose irato Pagliacci – Non mi deve interrompere, devo esplicitare il mio pensiero compiutamente, chiamatemi Fido – urlò nel frattempo all’infermiera – È il mio consulente radiotelevisivo. Devo fare una dichiarazione a questi signori della stampa estera, non voglio essere strumentalizzato. Tanto lo so, domani scriveranno tutto il contrario di quello che ho detto.”

Il dottore fece cenno all’infermiera di stare al gioco. Ella uscì prontamente dalla stanza alla ricerca di Fido.

“Bene, veniamo a noi – continuò – che stavamo dicendo?”, fece una lunga pausa: “Ah sì, chi sono questi altri signori? Prego, presentatevi.”

“Sono tutti giornalisti accreditati della stampa estera, abbiamo il Financial Times, Il Washington Post, l’Herald Tribune, l’Economist…”

“Alt, fermo, chi è il signore dell’Economist? È lui?”, indicando uno spaesato assistente medico alle prime esperienze. Berlin cercò conferma guardando negli occhi il dottore.

“Ah, sì è lui”, rispose.

“Fuori, allora, portatelo fuori, chiamate le mie guardie. È sicuramente un comunista, traviserà ogni cosa che dico. Fuori!”

Alzava la voce come un ossesso: “Non fatemelo vedere!”
Il dottore si rivolse al suo assistente e con malcelata pazienza: “Scusa, fai la cortesia”, gli disse indicando la porta.
“Ecco, così va bene. Allora torniamo a noi”, pausa per riordinare le idee.

“La mia dichiarazione è questa: che cosa è la corruzione? Lo sapete voi? È l’invenzione di un pugno di magistrati assetati di potere e di sesso. Io lo so, sono esseri bramosi di danaro per pagarsi le prostitute di alto bordo con cui vogliono fornicare. Che cosa è il potere? È lo strumento da utilizzare per ridurre a ragione gli incontinenti magistrati e i paranoici comunisti dell’opposizione e intanto avere degli orgasmi”.

Si mise a ridere e tirò fuori lo strausato detto “Meglio cumannari che fotteri”. Sapete cosa è il comunismo? – continuò – Ve lo farò dire da Dell’Otre, lui è uno studioso un po’ mafiosetto ma con un’intelligenza genuina, piena di idee. Comunque il comunismo è un’orgia, dove tutti vorrebbero partecipare, ma vince sempre uno solo e gli altri rimangono tutti inculati. E io sapete chi sono?”.

Lunghissima pausa, il dottore avrebbe voluto rallegrarsi con se stesso, forse il suo illustre paziente stava guarendo. “Io sono… un politico, un filosofo, un demagogo, un sacerdote, un imprenditore, un diavolo, un unto dal signore, un operaio, un imprenditore, un tacchino e un canguro, un giaguaro, un bisonte, io sono un maestro venerando, vivo in palazzi sontuosi, mi sbatto chi voglio, io sono un re, sono un imperatore, un mostro di bravura, io sono un campione, gioco a calcio e faccio gol, gioco a Teresina e scopro le chiappe alle signore per bene. Io non bevo, sono onirico, sono cinico, sono buono e generoso, non mangio i bambini, non sono pedofilo, ma amo le gnocche. Io governo il mondo, io faccio gli affari, mi faccio i miei, mi compro tutto, uomini e donne senza prezzo, mi compro le azioni, le ville e le auto, gli aerei, i motorini, qualche volta mi piscio addosso, sono un po’ incontinente, ho i capelli lunghi, mi baciano i piedi, cammino per aria, m’ingrasso e non mangio, vedo la luna e le stelle mi guardano e ridono. […]”

Riprese fiato, era affaticato da questo lungo delirio, sembrava inebriato dalle sue stesse parole, poi continuò mitigando il suo fervore mistico. Il dottore e gli astanti tutti ascoltavano in religioso silenzio senza interrompere.

“Vi racconterò una storia – riprese a parlare tenendo gli occhi chiusi – una storia che ho nella testa ma non ricordo quando accadde, una storia vera chissà di quale epoca”, iniziò così un silenzio rotto solo da piccoli colpi di tosse di uno degli assistenti.

Infine il dottore ruppe gli indugi: “Allora? Ha dimenticato la storia? Non vuole più raccontarcela? Chissà forse potrebbe aiutarla a ricordare gli episodi della sua importante vita?”

“No, non voglio raccontare nulla, non so più nulla, non ricordo niente, chi siete voi? Da dove venite?”

“Guardi, oggi ho una sorpresa per lei, spero le farà piacere – il dottore si rivolse all’infermiera – Mi può chiamare la signora? Sta aspettando nel mio ufficio”.

“La signora che vedrà fra poco dovrà dirmi lei chi è e che cosa le ricorda. Lo faccia con tranquillità e calma, se vuole faccio uscire tutti, così avrà modo di parlarle da solo.”

“No, no, anzi sì, ma prima perquisitela, potrebbe avere delle armi e tentare di uccidermi.”

“Non si preoccupi – poi, rivolto agli assistenti – Prego tutti di uscire, via, facciamo un breve briefing nel mio ufficio.”

La stanza si svuotò di colpo. Entrò una giovane donna dai capelli biondi, longilinea e bella. Berlin avvertì un ottimo profumo, una fragranza non nuova al suo olfatto.

“Buongiorno, posso baciarle la mano? Mi scuso per averla ricevuta in questo stato, non capisco perché sono qui, ma fra poco me ne vado e potrò riceverla con maggiore dignità e rispetto della sua bellezza, se lei vorrà usarmi la cortesia di farmi nuovamente visita.”

“Ma Berlin, tesoro, non mi riconosci? Che ti hanno fatto?” avrebbe voluto piangere ma nello stesso tempo era contenta di vederlo sano e senza ferite. Il dottor Gui l’aveva preparata ma l’emozione fu comunque forte.
“Io sono Berlin, signora, Berlin Pagliacci, così mi dicono – aggiunse – di tutto posso fare stracci. Io sono un Signore, un dio baciato dalla fortuna, io vivo nell’oro, io posso avere tutto. […]

La signora lo guardò sbalordita, poi prese coraggio: “Tu sei il mio uomo, la persona più importante in questo Paese, lo hai detto prima, sei Berlin Pagliacci, Presidente del Consiglio, Comandante Supremo in questo Paese che non ti merita. Tu sei il padre dei miei figli, la persona più buona e generosa che io conosca…”

“Ahhhhhhhh – Berlin urlava come un ossesso – Ahhhhhhh, vade retro Satana tentatrice, mi vuoi far diventare matto, ho capito il tuo disegno! Io esco da qui dicendo di essere il Presidente e loro mi arrestano, mi mettano la camicia di forza e mi rinchiudono in un manicomio, anzi mi fanno la lobotomia e buona notte ai sonatori… Ahhhhhhhhh, aiutoooo!”, strillava allontanandosi sempre di più dalla donna. “Qualcuno mi aiuti, ahhhhhhhhhh, presto a me, soccorretemi!”, si acquietò di colpo.

Intanto, sentendo le urla, si erano precipitati nella stanza le infermiere del piano e il dottor Gui: “Che è successo?” chiese alla signora ormai in lacrime.

“Nulla, che vuole che sia successo – intervenne Berlin – Stava già pensando a terroristi armati intenzionati a uccidermi, o a qualche islamico fondamentalista, inviato per convertirmi alla legge islamica. Oppure sta pensando che la signora porta una bomba nelle mutandine e fra poco si farà esplodere sparandomi addosso pezzi di vagina, ritagli di utero e d’intestini? È così, vero? – continuò a dire rivolto alla donna – Uscite, voglio controllare da solo, e se così sarà non ci saranno altre vittime innocenti”. Nel dire, afferrò la donna e la immobilizzò sul letto.

“Presto, presto, portatemi una dose di valium”, ordinò il dottore.

“Che succede, che sta succedendo qui?”, urlò con fare autoritario un omone circondato da poliziotti armati. Entrava in scena in modo teatrale Giulivo Giullare. Era riuscito finalmente a trovare il modo di farsi condurre da Berlin Pagliacci.

Il dottor Gui lasciò la presa, tutti si voltarono a guardare, sorpresi e preoccupati.

“Lasciatelo, cosa state facendo? – urlò nuovamente l’omone – Sapete chi è la persona che state curando?”

“Veramente volevamo solo calmarlo.”

“Non c’è bisogno di calmare nessuno”. Si avvicinò con cautela all’illustre paziente. “Allora come sta, Presidente? La stanno curando bene?”
“Chi sei? –  lo apostrofò Berlin – Schifido personaggio,sei Mangiafuoco o l’orco dei fratelli Grimm? Da dove vieni? Che vuoi?”

“Ma no Presidente, sono Giulivo Giullare, il suo fedele scudiero, il suo fedele servitore. Lavoro per lei da sempre, sono il suo ispiratore delle lotte contro i comunisti, sono il suo stratega preferito, il suo migliore generale, nella palude del nostro campo di battaglia ho tenuto a bada la cavalleria sconclusionata dei padani, ho frenato le irruenze dei nostalgici, ho difeso l’indifendibile.”

“Tu, tu saresti il mio generale preferito, con quel culone?”, Berlin rideva, rideva di cuore contagiando tutti gli astanti. “Levatemi di torno questo buffone, non lo capisco, non so quello che vuole, i miei generali me li scelgo da solo, devono saper cavalcare, essere prestanti, pieni di vigore. Non possono essere d’impaccio. Dovrei farti frustare sulle chiappe grasse per la tua arroganza”. Poi rivolto ai carabinieri che lo accompagnavano “Forza, togliteli quei bracaloni che porta, voglio fustigarlo.”

“Su, adesso si calmi – intervenne il dottor Gui – non c’è bisogno di usare violenza verso nessuno. Le persone che sono qui le vogliono bene, vogliono la sua pronta guarigione. Stia tranquillo, mi permetta di fare questa iniezione si sentirà meglio, dormirà un po’ e poi potremo riprendere le nostre cure. Ora deve riposare, troppi trambusti in questo pomeriggio”.

“Sì, hai ragione, fammi dormire, caccia via tutti, la testa mi pesa, troppi pensieri si affollano nel mio cervello”.

Il dottore guardò la signora, che intanto si ricomposta, guardò Giulivo Giullare, ottenendo un tacito assenso. Scoprì leggermente la parte superiore del gluteo di Berlin e iniettò prontamente il liquido.

L’effetto non si fece attendere, Berlin Pagliacci si sdraiò sul letto e di lì a qualche minuto dormiva profondamente.

 

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