Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Era il 2013, o come piaceva chiamarlo a noi, “l’annobbrutto”. Anno brutto perché? Beh… eravamo giovani, era l’anno della maturità, in classe eravamo tutti classe ’94.

Non andavamo d’accordo, ma non ci interessava, ognuno faceva ciò che era comodo per i propri interessi; riguardo gli altri… dicendolo in modo poco volgare “Che non mi mettano i bastoni tra le ruote”. In questo contesto il pensiero principale era portare a casa più punti dell’altro, uscire con un voto maggiore dell’altro. Tra tutti questi poi, c’ero io. Uno studente brillante ma che si applicava assai poco. Lo ammetto, non ho ricordi di “chiuse” di ore ed ore sopra i manuali scolastici, specifico manuali scolastici perché riguardo la lettura ricreativa ero un vero topo di biblioteca. Ma i professori mi hanno sempre incitato allo studio, dicendomi che avevo del potenziale,  che potevo avere il massimo dei voti con il minimo impegno, insomma, le solite cose che si dicono a chi a casa studia poco ma riesce a prendere nove nei temi.

Quell’anno fu tremendo in classe, non per me ovviamente, ma per il resto dei compagni, numerose amicizie durate anni andarono in frantumi per via dell’orgoglio e della voglia di prevalere sugli altri, i litigi erano diventati la quotidianità e l’unica coppia della classe aveva fino con il lasciarsi. Ed io? Cosa facevo durante tutto questo? Beh… leggevo “Mastro-don Gesualdo” durante l’ora di storia dell’arte.

Dopo mesi di agonia in quest’inferno chiamato “classe” arrivarono gli esami. Cosa arriva con gli esami? Il caldo. Con il caldo? Il mare. Va bene la faccio breve, ricominciai come ogni estate a lavora come bagnino e nel centro estivo con i bambini.

Al termine degli esami, avendo studiato poco e avendo lavorato molto i risultati, non nascondiamoci le cose, sono stati abbastanza scadenti e con un misero sessanta, costituito da un quarto dal voto del tema, lasciai quel maledetto liceo.

Non si dica mai che quelli del liceo sono gli anni più belli, nel momento in cui sono uscito da quell’ostico posto l’unica cosa che mi mancava era la professoressa d’italiano, brava quanto sessualmente attraente, forse è stato anche questo che mi ha portato ad iscrivermi alla facoltà di lettere moderne della mia città.

Comunque sia, un giorno vengo invitato da un mio amico ad un banchetto con dei suoi amici scrittori e penso: “Perché no, magari incontro gente interessante…”. Passo a prendere il mio amico alle otto la sera ma non risponde, dopo numerose telefonate mi manda un messaggio con la via del convivio aggiungendo “Sto male vai te, fammi sapere, ci sentiamo domani”. A questo punto si crea un bivio; o andare al banchetto da solo dove non conosco nessuno, o tornare a casa. Visto che a casa avevo solo tre sottilette e una scatola di tonno ho pensato che tornare a casa avrebbe voluto dire morire di fame per almeno dodici ore, ovvero fino a che non avesse riaperto il supermercato sotto casa. Cosa faccio? Scrivo la via sul navigatore e vado a questo banchetto. Arrivo sotto questa splendida villa, con mura di cinta alte almeno due metri e mezzo, una siepe di quelle sempreverdi e un portoncino all’antica. Citofono e viene ad aprirmi un uomo che aveva un qualcosa di familiare, anche se proprio non riuscivo a capire cosa. Fatto sta che mi presento: “Piacere sono Antimo Ego, sono amico del professor Palombella, dovevamo venire insieme ma il professore è malato ed ha detto a me di venire comunque”. Lo strano uomo di fronte a me aveva un look un po’ retro quasi da inizi del ‘900 ma ancora non riuscivo a riconoscerlo. Comunque molto gentilmente mi fece entrare e mi presentò agli altri scrittori presenti. Alcuni di loro davvero sembravano delle facce da libro, come se li avessi studiati. La situazione mi fu chiara solo nel momento in cui un uomo con la barba a punta rivolgendosi ad un altro invitato disse: “Ettore ma lo portavi te il limoncello? Perché qui non vedo niente, non è che l’ha finito quel beone di Giovanni?”. Solo a questo punto capii perché tutti avevano delle facce conosciute; inspiegabilmente ero finito in un convivio di artisti e letterati di epoche passate! Infatti l’uomo che si era rivolto ad Ettore (Italo Svevo), non era altro che Luigi Pirandello e il Giovanni citato da quest’ultimo, Giovanni Verga!

Continuando a guardarmi intorno notai altri autori di spicco che sedevano, bevevano e mangiavano, tra i quali non potevano mancare i “campioni” della letteratura italiana  quali Dante, Petrarca e Boccaccio. Scorsi anche il noto Alessandro Manzoni mentre descriveva con cura minuziosa una bottiglia di vino che aveva portato, raccontando di come l’aveva salvata dalla peste. Vidi un ometto gracile che guardava al di là della siepe, Leopardi, mentre Machiavelli cercava di dissuaderlo da pensieri tristi offrendogli un bicchiere di vino.

Rimasi inizialmente spiazzato da questa visione, entrando ero rimasto immobile subito dopo aver chiuso il portone alle mie spalle. La vista di questi personaggi aveva suscitato in me un stupore tanto vasto che neanche la scoperta del fuoco per un australopiteco aveva tale immensità e tale sbigottimento. Non avevo neanche fatto caso a dove mi trovavo, era come se entrando avessi levato gli occhiali e, con quattro gradi di miopia, fossi riuscito a vedere chiaramente e nitidamente solamente le persone presenti alla festa.

Piano piano la mia vista riprese a funzionare correttamente e potei vedere cosa avevo intorno; mi trovavo in un giardino, circondato da queste mura altissime sulle quali cresceva sopra dell’edera, così da non riuscire a vedere neppure il colore del muro dietro. Il giardino era veramente grande, riusciva a contenere su per giù cinquanta persone, al centro vi era una lunga tavolata apparecchiata con ogni tipo di cibo e ogni tipo di bevanda, ovviamente dal ‘900 a ritroso.

Mentre era in completa estasi nell’ammirare questo ameno luogo, quasi bucolico, venni urtato da D’annunzio che mi fece rinvenire da questo stato di trance dicendomi:  “Ehi, non ti ho mai visto, ma non importa, su nella villa mi aspetta una donna tutta focosa, eheh… ci vediamo!” appena Gabriele se ne andò non potei trattenere un sorriso, era strano, tutto il contesto, vedere autori che al liceo avevo studiato pomeriggi interi a casa, chiuso sui libri, gironzolare accanto a me, comportandosi in maniera completamente naturale, come se fossi ad una festa con i miei amici. La situazione, come ripeto, era bizzarra, ma simpatica nonché curiosa.

Dopo questo divertente incontro vidi Pascoli, era proprio come lo immaginavo quest’ultimo, era seduto sulle scale della villa e stava dando da mangiare ad un uccellino. Andai avanti e pensai: “Mi trovo tra gli autori più importanti di tutta la letteratura, a me piace scrivere, potrei parlargli di quell’idea che ho… magari a Pirandello o Svevo gli artisti che hanno accompagnato le mie giornate scolastiche… potrebbero darmi dei buoni consigli, sono molto autocritico e un parere da degli artisti che SONO la letteratura potrebbe giovarmi…” decisi di tentate.

Andai da Pirandello e mi presentai, dopotutto eravamo tutti artisti, chi più chi meno.

“Buona sera Luigi, mi chiamo Antimo Ego, sono uno… scrittore alle prime armi, mi interesserebbe un consiglio da lei o dal suo amico qui presente Ettore riguardo un romanzo che ho scritto, per ora solo una bozza, magari lei potrebbe darmi un giusto consiglio o farmi sapere che ne pensa. Purtroppo ora non ho il manoscritto con me ma potrei raccontarle in breve la trama, potrebbe concedermi questo piacere?” Pirandello mi guardò dalla testa ai piedi, con fare sospetto e poi disse: “Sei vestito in modo bizzarro, ma vai, raccontami la tua storia.”

Estasiato iniziai.

“E’ la storia di AntiEgo, un ragazzo senza identità, da come si può intuire dal nome, “Anti Ego” ossia “Anti Io”. Questo ragazzo non trovava la sua identità perché la società che lo circondava aveva fin troppe identità. Mi spiego meglio. La società in cui vive AntiEgo, è la società del web, luogo in cui tutti possono essere chi vogliono, dove non conta chi sei, ma chi dici di essere su Feisbuc o Tuitter. AntiEgo nel romanzo è la personificazione dell’opposizione di questa società. Egli è in opposizione a questo modo di vivere, non riesce a trovare questa sua identità perduta, o mai esistita e si tormenta tutti i giorni alla ricerca di se stesso, cercando un modo o un’alternativa per vivere in maniera serena. Ma non può farlo. Non può perché il resto della società vive basandosi su tante immagini di se stessi, ognuno è tante persone tutte in un unico corpo e ciò non fa altro che gratificare l’uomo del XXI secolo. La dispersione della propria identità in tante piccole finzioni di se stesso portano l’uomo moderno, che usa il computer non per cercare se stesso ma per creare tanti alter ego di se stesso, a vivere in maniera passiva la propria vita. Nel romanzo, sarà la forza del web e dei social network che avranno la meglio su AntiEgo, il quale alla fine del romanzo decider di suicidarsi, trovando cosi la propria identità; egli poteva trovare se stesso solo abbracciando la morte trovando così la pace eterna, fatta di nulla e di nulla.”

Al termine della racconto di Antimo Ego, Pirandello e gli autori che si erano avvicina incuriositi dal racconto, attesero qualche secondo per poi scoppiare in un grossa e fragorosa risata. Antimo Ego non capì il perché e rimase in silenzio, ma il narratore onnisciente tipico dei romanzi manzoniani sa perché risero i letterati della storia… loro non sanno neanche lontanamente cosa sia internet, feisbuc, tuitter e il computer.

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