News Rivista — 05 dicembre 2013

La ricerca americana fatta dall’italiano Emanuele Castano per la New School for Social Research di New York rivela qualcosa che più che una novità sembra una conferma: leggere narrativa cambia la mente, e ciò indipendentemente dal successo di ciò che si sceglie. Ma, pur accennandolo, la notizia non dà la giusta importanza a un dettaglio non di poco conto: vero è che non importa se si legge un piccolo buon libro o Tolstoj, ma perché i nostri orizzonti mentali si allarghino è d’obbligo che ai nostri occhi non si presentino personaggi stereotipati e prevedibili, che non ci aiuterebbero in alcun modo a vedere le cose da una prospettiva inedita. Il fattore sorpresa è determinante, perché anche il semplice fatto di avere saputo che un autore ha immaginato una realtà interiore poco esplorata, e che noi scopriamo essere dentro di noi e mai manifestata, ci porta a confrontarci con gli interlocutori usando una maggiore indulgenza e interpretando i segnali che lanciano tra le righe dei loro sguardi e dei loro discorsi, comprendendo meglio anche il linguaggio del corpo. Sì, tutto ciò, proprio perché l’abbiamo letto.

Si può dire che i più sensibili questa intuitività possano avercela innata e senza bisogno di libri, e questo è vero; ma in tal caso la lettura viene loro incontro dandogli una consapevolezza di cui questa categoria di persone è a volte carente: quella che non si è i soli a vivere certi tumulti interiori, e che molto spesso il nostro interlocutore indossa una maschera di difesa per nascondere le stesse debolezze che un sensibile non riesce ancora a nascondere. Non è l’unico modo, ma sicuramente il meno lento e il meno stressante, dato che l’unica alternativa a questo percorso è fare studi specifici. Parallelamente, mentre la persona sensibile scopre l’universalità di un mondo che lui riteneva unicamente suo, i più rigidi impareranno dalla lettura a non fermarsi alle apparenze. A questi ultimi in particolare, gli si potrà ripetere all’infinito che le apparenze ingannano, ma finché non vengono letteralmente accompagnati tramite lo scorrere delle pagine a scoprire i lati inaspettati di un personaggio inesistente ma empatico, non potranno mai imparare a immedesimarsi in uno sconosciuto, reale, con cui però non sembra esserci feeling. E questo perché? Perché leggendo si dedica del tempo ai personaggi, si leggono i loro pensieri. Pensieri che a differenza loro non sono inventati ma creati da un vivente, l’autore del libro. Noi lo sappiamo, e se l’autore ci ha indicato una psicologia, il suo personaggio può essere inventato, ma la sua mente esiste. Ed è proprio il tempo che dedichiamo a questi personaggi che ci permette di non essere tranchant con la nuova conoscenza con cui non possiamo instaurare un rapporto conoscitivo tramite le pagine. Perché lo riconosciamo con più facilità: il genere umano ha molte varietà, ma la maggior parte dei suoi tic sono intellegibili per chi ne ha passato in rassegna una vasta gamma tramite lettura. Il tempo dedicato a un personaggio letterario è anche l’unica cosa che pone su un livello più alto la buona lettura da un buon film o un buono spettacolo teatrale: lo si segue per giorni, fino a scoprirne aspetti insospettati e a comprenderli anche quando non li si condivide; cosa che in due, tre o quattro ore di rappresentazione non sarebbe possibile.

Giovanni Modica


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