Approfondimenti Rivista — 04 ottobre 2012

Se si digita su Google il nome di Italo Calvino, oltre al lungo elenco delle sue opere – la loro filologia è un processo complicatissimo, per via dell’enorme mole di lavoro lasciateci – troviamo anche una serie di interviste, racconti, aneddoti che probabilmente potremmo trovare per pochi degli altri scrittori della generazione del dopoguerra. 

Il 24 settembre, sul “Corriere della Sera”, Pietro Citati ci parla di lui ancora una volta, per raccontarci dell’uscita di un libro sul suo vecchio amico. 

Il libro si chiama “Sono nato in America” ed è a cura di Luca Baranelli, con un’introduzione di Mario Barenghi. Citati lo definisce così: “è un libro bello, intelligente e piacevolissimo, che affascinerà molti lettori. Non ha nulla di molliccio: nessun balbettio informe”.

I due si conobbero a Torino, nell’officina Einaudi per cui Calvino svolgeva delle mansioni presso l’ufficio stampa e Citati era ancora uno studente del liceo. L’amicizia tra i due durò fino alla morte del primo, un’amicizia che, oltre tutto, fruttò anche l’ambientazione per l’ultimo dei romanzi di Italo, “Palomar”. Fu infatti l’amico Pietro a fargli conoscere la spiaggia di Roccamare, sulla costa Maremmana, dove il signor Palomar – alias Calvino, data l’evidente corrispondenza autobiografica del personaggio – passa il tempo a riflettere sul mondo e ad osservare le onde del mare. 

La Maremma gli ricordava la sua Liguria, la regione che aveva in comune con Citati,  dove forse ritrovava quella durezza che lo faceva chiudere a riccio, il suo volersi trasformare in “un signore grasso, calvo, che annaffiava i fiori del suo giardino” (Citati). 

Questo però è Palomar, il Calvino degli ultimi anni, ormai deciso ad assumere come immagine esempio del suo atteggiamento mentale il “vuoto”, e che  è uno solo dei “tanti” Calvino che ci si presentano nell’arco della sua vita. Consideriamo il Neorealista, quello del “Sentiero dei nidi di ragno”, il favolista della trilogia degli “Antenati”, il semiologo strutturalista degli anni francesi e il meta narratore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, il giornalista acutissimo osservatore degli scritti della “Collezione di sabbia” e tanti, tantissimi altri. 

Per Citati esistevano “nello stesso tempo cinque, sei, sette Calvino, che giocano l’uno con l’altro. Quando finisce di scrivere un testo, Calvino (e i suoi lettori) non vede mai un programma ideologico realizzato, ma dei testi mobilissimi”. Ecco perché il libro-intervista di Baranelli non è solo una semplice raccolta, un qualsiasi copia e incolla che tutti potevano fare. E’ un libro che ci permette di vedere tutti questi Calvino diversi, raccogliendolo in centouno interviste, dal 1951, anno della morte del padre avvenuta durante il suo viaggio in Unione Sovietica e il 1985, anno della morte; è incredibile come qui quello stesso scrittore che non amava la “parola parlata: questa cosa molliccia e informe, che riempiva la bocca e usciva dalla bocca come una pappa” (Citati) traspare invece in modo perfetto, avvalendosi di nient’altro che proprio delle sue parole, in cui si rispecchia e ci rende riconoscibile esattamente come fa nei suoi libri, in cui narratore, osservatore, giornalista o politico, è sempre, irrimediabilmente, Calvino.  

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