Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Mi fanno male le gambe. E mi fa male la schiena. Una piccola lama sottile mi penetra a ritmo costante proprio sopra l’ultima vertebra lombare. Muovo le gambe, metto un piede davanti all’altro e lei… Zac! Un passo, una coltellata. Niente che mi impedisca davvero di correre. Per ora. Perché domani, quando cercherò di stare seduto per più di dieci minuti o di guidare, capirò davvero cosa sono il dolore e l’immobilità forzata. Come se non lo sapessi già.

Che poi non è neanche questo il male peggiore. Tra un chilometro sarà tutto finito. Niente di che. No, il vero problema è la tua voce. Calda e sensuale. La voce di una donna vogliosa, con due labbra disegnate solo per me e un timbro roco il giusto, che mi implora di fermarti con lo stesso tono con cui sospirerebbe il mio nome, risalendo lenta lungo tutto il mio corpo, un centimetro dopo l’altro. Esalando sussurri che non ho nessuna voglia di decifrare. Non ora, almeno. “Fermati”, mi dici. “Riposati, io sono qua per te. Non hai bisogno di altro”. Riposarsi. Riesci a immaginare la gioia di rallentare e fermarsi davanti a un albero o a una fontanella. Davanti a un lampione qualsiasi? La felicità di piegarsi e appoggiare le mani sulle ginocchia, per rifiatare e fare la conta delle ossa e dei muscoli sopravvissuti?

“Non posso fermarmi, zuccherino. Non posso proprio”. È troppo che aspetto. Avevo bisogno di tornare a soffrire, un piede via l’altro. Il mio addome è contratto e vuoto e freddo, come un letto abbandonato. Dentro non ho più niente. Non l’acqua che ho buttato giù come un automa al tredicesimo chilometro. Non la banana che mani misericordiose mi hanno passato al diciannovesimo, mentre con gli occhi annebbiati imploravo un aiuto che da solo non ero più in grado di prendermi. Voglio andare avanti. Ci sono troppe cose che devo ancora fare, in barba al sorriso triste a cinquanta denti che porto inciso sopra l’ombelico. Ho promesso che sarei tornato a essere più forte degli aghi, del veleno, della paura e della voglia di sedersi e non alzarsi più, perché temevo che non ne sarebbe valsa la pena. Invece sai una cosa, piccola? Ne vale sempre la pena. Vale la pena essere caduti, aver pianto e avere avuto paura. Vale la pena quel terrore assoluto, che ti capita solo poche volte nella vita e che ti spiega, una volta per tutte e con poche parole, chi sei e cosa sei in grado di fare. Quella scarica alla colonna vertebrale che sembra voglia scaraventarti a terra e invece ti sta indicando qualcosa. Devi solo metterla a fuoco.

Penso a tutto questo, mentre supero il cartello che indica l’ultimo chilometro. Non guardo nemmeno il cronometro al polso. Non ci riesco, è inutile che me lo chiedi con quelle tue parole vellutate da peccato mortale. Non so quanto tempo è trascorso da quando hanno dato il via. So però quanto è passato da quando mi sono risvegliato e ho visto gli occhi lucidi del mio amore guardarmi contornati da una mascherina e da un buffo cappellino verde. So quanto tempo mi è scivolato addosso da quando ho contato per la prima volta i tubi che uscivano dal mio corpo, sorprendendomi per il loro numero. So quante volte mi sono sdraiato per farmi palpare, tirare, schiacciare. So quante pillole ho buttato giù per tornare lentamente a una quasi normalità. No, amore. Il numero esatto non lo conosco, ma sono state tante. Troppe. Centinaia di pillole grandi e piccole, bianche e colorate. Fatte apposta per regalare una parvenza di vita qualunque, ma odiate come un obbligo mortale e noioso. Ricordo il rumore del velcro della panciera che mi soffocava d’estate e la soddisfazione che ho provato la prima volta che sono riuscito di nuovo a dormire a pancia sotto. La prima passeggiata fino al bar dietro casa, in una rovente mattina di luglio. Le forze che non tornavano o che lo facevano troppo lentamente, con me che non avevo ancora capito di essere tutto nuovo e volevo già correre, anche se dovevo prima imparare di nuovo a camminare.

Quando percorro quelli che dovrebbero essere gli ultimi cinquecento metri, o giù di là, avverto la presenza delle persone che salutano ai lati della strada, proprio sotto i portici. Non riesco a vederle, non riesco a fare niente, se non cercare di tenere gli occhi fissi sul traguardo – sarà quello? Oddio lo spero! – e andare avanti, come un automa in riserva fissa di energia elettrica. Intorno a me il mondo è sfumato fino a sparire. Non c’è più nulla a farmi compagnia. Solo le suole della donna che mi precede e qualche ricordo della mia traversata del deserto. Il primo sorso d’acqua buttato giù in ospedale, così dolce da mettersi a piangere. Le notti passate nel buio, a pensare troppo. I volti degli infermieri che si chinavano dieci, cento, mille volte sul mio braccio per infilzarlo come uno spiedino e riversarci dentro litri e litri e litri di liquidi strani. Rivedo la processione dei dottori, sento l’odore di disinfettante nel naso e il ruvido delle lenzuola di ospedale sulla mia pelle. Ricordo la nausea e quelle poltroncine verdi, come dal parrucchiere. I crampi all’intestino, violenti e improvvisi come una brutta notizia. E poi la prima mattina iniziata come ai vecchi tempi della mia prima vita, senza dolori, senza sorprese. Risento il rumore dei miei passi sulla ghiaia del parco, prima lenti, poi un po’ più rapidi. E la gioia di una piccola corsa fatta quasi per scommessa, senza crederci troppo. “Ricordi?”.

Eccolo, il traguardo, ventunomilanovantasette metri e un’intera vita dopo. Chi è davanti a me lo attraversa controllando il tempo, in cerca di un’impresa. C’è chi sorride e alza le braccia. Chi sembra deluso e si allontana a testa bassa. Quando mancano solo pochi metri io invece mi fermo. Del tempo non me ne frega nulla. Io sono qua per esserci e niente di più. Sono qua per dire che sono ancora vivo e pronto a prendere tutto a calci. Da dietro arrivano un paio di imprecazioni di gente troppo nervosa, che non sa o non potrebbe capire e che mi evita balzando a destra e a sinistra come grilli ubriachi. Guardo questi due o tre metri che mancano e li percorro gustandomeli tutti. Gli occhi mi si gonfiano di lacrime, ma non me ne frega nulla. Il pudore non ha più alcun senso. Porto una mano sul viso e singhiozzo come un bambino mentre attraverso il limite estremo della mia rinascita. Avrei voglia di togliermi la maglietta e di urlare felice come solo i pazzi sanno essere. Lanciarla contro qualcuno, imprecare, prendere a calci una transenna. Avrei voglia di far vedere a tutti la mia ferrovia personale. Di sbattergliela in faccia a tutti questi individui “normali”, persi nelle loro cazzate quotidiane, nei loro banali problemi di lavoro, nei loro assurdi disagi sentimentali, nelle loro facili insoddisfazioni. Di fermarli a uno a uno per raccontargli cosa significa per me quella sottile linea bianca tracciata sull’asfalto, con una sola meravigliosa parola scritta sopra: Arrivo. “Sì, amore mio, siamo arrivati. Ci avresti mai scommesso una lira?”

Ma non dico nulla, mi asciugo gli occhi e rido forte. Passo avanti e mi confondo fra la folla. Con gli occhi cerco la mia donna e i miei bambini, per abbracciarli e tenerli stretti anche se non hanno voglia, perché io sono troppo sudato e loro sono troppo grandi per queste smancerie. Loro che non sanno ancora quanto ho avuto paura di non vederli più, perché non c’è un modo per affrontare alla leggera queste cose e se le dici devi essere sicuro, perché dopo non puoi più rimangiarti tutto o buttarla sullo scherzo. Così finisci per startene zitto e costringerti a far finta di nulla, sperando di non esserne mai costretto. “Non devi vergognarti, babbo”, mi hanno scritto un giorno in un biglietto pieno di cuori. Non mi vergogno più, ragazzi. Non mi sono mai vergognato. Era solo paura, nient’altro. Mentre si divincolano e fuggono via, io respiro a pieni polmoni e inizio a fare stretching. Hai visto, dolcezza? Perché avrei dovuto darti retta? Perché volevi che mi fermassi? Non poteva che finire così, come ho sempre immaginato.

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