Concorso Buk — 22 gennaio 2014

07/05/1989

Caro diario,

è da un po’ che non ti scrivo perché sono stati giorni molto strani.

Mamma piange sempre, e papà non torna a casa. Secondo me hanno litigato.

Per due settimane ho dormito da zia. Era da tanto tempo che non vedevo i miei cugnietti!

Poi ieri sono tornata a scuola. Appena mi ha visto, la maestra mi è venuta vicino, mi ha sorriso e mi ha detto: “Se non hai fatto i compiti non ti preoccupare”. Strano! Di solito la maestra è sempre cattiva con i bambini che non fanno gli esercizi.

Zia e nonna adesso sono sempre a casa, vogliono consolare la mamma e mi preparano tante cose buone. Oggi ho chiesto quando torna papà e mi hanno risposto:

“Marty, papà è volato via”.

“Fico! – ho detto – papà è come Superman, sa anche volare!”

Ma la nonna è scoppiata a piangere.

Allora, caro diario, lo chiedo a te, perché non mi risponde mai nessuno:

“Quando torna papà?”

07/07/1999

 

 

Caro papà,

sono passati ormani dieci anni, ma dentro di me sento che ne sono trascorsi almeno 100.

Le persone continuano a guardarmi con pietà, conservano ancora nei loro occhi quello sguardo di compassione che io detesto, perché è solo una facciata; seguono solamente un vuoto protocollo di circostanza.

Forse, quello che odio davvero è che la gente crede che sia ancora vivo il mio dolore. E invece sai cosa ti dico? Il dolore, questo mio dolore, non è vivo. È morto, come te. È muto, come te.  Ha solcato un vuoto profondo, profondo ogni singolo centimetro di altezza di quella maledetta gru.

Sai, a scuola ho studiato che il tempo misurato in velocità rallenta. Gli orologi in moto battono i loro secondi più lentamente di quelli che non sono in movimento e pare che arrivino a fermarsi del tutto se portati alla velocità della luce. Se fossimo fotoni potremmo battere la morte.

Quando sei uscito quel martedì avevi al polso l’orologio che ti avevamo regalato per il tuo quarantesimo compleanno. Ti sono sempre piaciuti i cinturini in pelle e quella mattina, come tutte le mattine, lo avevi con te, anche se mamma diceva che “così si sarebbe rovinato presto”.

A volte mi domando: nel tuo volo di 20 metri, quanti millesimi di secondo quelle lancette hanno rubato all’eternità? Nel fermoimmagine che hai sottratto al destino, c’era anche il mio volto?

Non puoi rispondere, lo so. Aggiungo anche questo agli altri punti interrogativi che vedranno solo un rigo bianco dopo di sé.

Guardo la tua foto sul mio comodino, mamma ci tiene che l’abbia proprio lì, per sentirti sempre con me anche di notte. Il solo modo di vederti invecchiare è quello di guardarti ingiallire su una pellicola sbiadita dai raggi di sole. Beh, in qualche modo i tuoi capelli diventano davvero più bianchi di stagione in stagione…

Ma una vecchia fotografia è come una donna con un trucco troppo vistoso per la sua età: è triste, finge una giovinezza che non è più sua, finendo per dimostrare più anni di quelli che ha effettivamente. E la stampa troppo scadente del tuo ritratto, ti rendono un fantasma antico a soli 48 anni.

Ti ricordo quella mattina di aprile. Non c’è stato il bacio del buongiorno o parole dolci sussurrate prima di chiudere la porta, né un abbraccio caloroso. Era mattina, io ero sveglia per andare a scuola, indispettita come tutte le bambine di 9 anni che vogliono dormire ancora un po’. Mamma tentava di infilarmi il grembiule. Tu bevevi il tuo caffè e non avevi voglia di andare a lavoro, sbuffavi, te lo ricordi?

Borbottavi qualche solita lamentela sull’orario e sui turni. Poche parole scambiate con mamma, un “ci vediamo stasera” ed una porta chiusa. Una mattinata normale, come quella di milioni di persone. Niente di epico, niente di romantico.

Eppure quel giorno mi ha reso “speciale”: improvvisamente sono diventata “la figlia di”, pur di fatto non essendo più figlia di nessuno, dopo quella preposizione non andava più bene il tuo nome.

Non so perché ti scrivo, papà. Forse, dopo tutti questi anni, ce l’ho ancora con te perché in incidenti come questi le vittime, spesso, sono loro stesse i carnefici.

Ci crediamo onnipotenti ed immortali, ci sentiamo supereroi e invece le nostre vite sono sospese ad un filo, letteralmente. Siamo equilibristi, papà, sul precipizio delle possibilità, ed è bastato un nodo non fatto, un piccolo dettaglio, una leggerezza per sprecare tutto.

E a me? Cosa mi hai lasciato? Solo una possibilità… quella di immaginarci: di immaginare la gioia di farla franca rientrando tardi il sabato sera; di immaginare se avresti approvato o no il mio ultimo fidanzato; di immaginare una tua sgridata perché la mia gonna è troppo corta; di immaginarci intorno al tavolo la sera di Natale; di immaginare il profumo del tuo nuovo dopobarba, quello ancora sigillato nel mobiletto del bagno; di  immaginare il rumore del trapano e del martello, perché io e mamma proprio non sappiamo usarli e occupano solo spazio inutile su una mensola giù in cantina.

In fondo solo una cosa mi manca: mi manca un’intera vita, quella che avrei potuto vivere con te.

Ma si può chiamare nostalgia, la nostalgia di qualcosa che non si è nemmeno vissuto?

Solo un’altra domanda e un’altra non-risposta da aggiungere alla lista.

 

 

07/09/2012

Caro nonno,

spero che in qualche modo leggerai la mia lettera. Io non ti ho mai conosciuto, ma vorrei tanto e spero che verrai a trovare me e la mamma qualche volta. Le manchi tantissimo, anche se non lo dice. So che sei molto impegnato, conosco il tuo segreto; non lo dirò mai a nessuno non preoccuparti. È una promessa! Me l’ha confidato mamma qualche giorno fa. Anzi, ti racconto come è andata così non ti arrabbi con lei.

“Perché non parli mai del nonno, mamma?”

“Perché mamma non se lo ricorda, piccola”.

“E perché non te lo ricordi?”

“Perché se n’è andato tanto tempo fa”.

“E quando torna?”

“Non torna più, piccolina. Non torna più”.

“E perché? Che sta facendo?”

“È in un posto lontano lontano. Lui è sempre con noi, ci guarda, ma noi non possiamo vederlo, però ci protegge da lassù”.

“Mamma, ma allora il nonno è un supereroe, come Superman!”

“Sì, tesoro mio, il nonno era come Superman. Sapeva anche volare…”

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