Approfondimenti Rivista — 29 dicembre 2012

“Se ogni passione, infatti, confina col caos, quella del collezionismo confina col caos dei ricordi”

La frase è di Walter Benjamin, figura tra le più eclettiche ed influenti del ventesimo secolo, scrittore, traduttore, filosofo, critico. Bibliofilo. 

Etimologicamente, “bibliofilia” deriva dal greco “biblion”, libro, e “filos”, amante, vendendo a significare “amante dei libri”, definizione in cui tutti coloro che effettivamente prediligono l’attività della  lettura potrebbero riconoscersi. 

Ma non è del tutto così. Le passioni hanno a che fare con il caos, certo. Nessuno di noi sa perché è nato con determinati gusti, con certe preferenze, non sa cosa lo spinge a far di tutto per una cosa piuttosto che un’altra. E’ il caos appunto, o, se preferite, il caso.

Ma il collezionismo è di più di questo. Non è una semplice passione, è qualcosa di viscerale, di assolutamente personale, quasi primordiale. Il modo in cui un bibliofilo compone la sua personale biblioteca non è determinato dal semplice caso, è il risultato di un percorso interiore, in cui ogni libro si aggrappa ad un pezzo di memoria, ad un particolare, a qualcosa che non è possibile rinnegare, ad un impulso di avere quel determinato libro, proprio quello li, che non si può mettere a tacere. 

<< Caso e destino, che colorano ai miei occhi il passato, sono tangibilmente presenti anche nell’abituale confusione di questi libri >>

Destino. Si sta parlando di destino. Certo, qualcuno potrebbe sorridere, o addirittura ridere, del fatto che una persona possa associare la scelta di comprare un’edizione dei primi del ‘900 di “Jane Eyre” piuttosto che la raccolta completa della “Recherche” di Proust ad una predestinazione,  ma, a parer mio, non c’è nulla di più serio, almeno per un bibliofilo.

Il momento in cui lo sguardo di queste persone – lo sguardo che Benjamin diceva di aver lui stesso – si posa sull’oggetto, ecco, quello è il momento in cui il destino interviene. Il libro diventa non più un semplice oggetto, un “oggetto funzionale”, ma il depositario di un pezzo di memoria, forse proprio quello che mancava da tempo.

<< Teatro del loro proprio destino >>, questi sono i libri, perché nell’incontro tra collezionista e libro il fato non interviene solo dalla parte del primo. 

Habent sua fata libelli” – i libri hanno il loro destino. In realtà, ce lo dice ancora Benjamin, nel collezionismo c’è una componente di rinascita. Un bibliofilo, quando acquista un libro, compie un atto sacramentale, un gesto con cui cerca letteralmente di ridare la vita al volume in questione. E’ il desiderio di “rigenerare il vecchio mondo”, diverso dal semplice desiderio di andare in libreria e comprare le novità. 

Per capire a cosa mi riferisco basta pensare all’odore dei vecchi libri: sanno di vissuto, di tutte le mani in cui sono passati, di tutte le superfici su cui sono stati posati, della polvere di case diverse, di magazzini e librerie, dell’inchiostro ormai stinto e della carta che si ingiallisce. Sono i depositari di un passato che non è il nostro, ma che noi non possiamo fare a meno di desiderare, per poi dargliene uno nuovo. 

Le frasi sopra citate sono state scritte da Walter Benjamin in un libro, “Aprendo le casse della mia biblioteca. Discorsi sul collezionismo”, pubblicato da Henry Beyle, Milano, per un tiratura di 575 copie numerate. Buffo e paradossale il fatto che i pensieri di un bibliofilo sul suo amore per il collezionismo di libri siano diventati così materiale per un raffinato oggetto da collezione per i bibliofili di oggi.

 

 

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